BPCO, malattia invisibile: l’impatto su pazienti, famiglie e sanità pubblica

A pochi giorni dalla Giornata Mondiale della BPCO del 20 novembre i risultati dello studio ASTER indicano quanto sia importante il ruolo dei medici di medicina generale nella gestione della patologia in Italia. La ricerca, pubblicata sull’International Journal of COPD, mette in luce la realtà nazionale. Partendo da dati raccolti nella vita reale.

Secondo gli ultimi  dati ISTAT in Italia soffrono di BPCO circa 3,5 milioni di persone, pari al 5,6% della popolazione. Un numero probabilmente sottostimato, poiché spesso la malattia viene diagnosticata solo in occasione di ricoveri per riacutizzazioni. Secondo il rapporto HealthSearch 2023, la prevalenza clinica della BPCO è del 2,7%, più alta negli uomini rispetto alle donne (3,2% vs 2,3%). Si tratta, dunque, di una malattia “invisibile” per il sistema sanitario. Non sempre colta nella sua interezza dalla medicina generale, pur avendo un impatto profondo sulla salute del singolo e sui costi assistenziali.
>>Le Linee Guida GOLD 2025 ricordano come la BPCO si associ frequentemente ad altre patologie croniche (cardiovascolari, metaboliche, osteoarticolari, neuropsichiatriche e oncologiche) aggravando la complessità del paziente.

Tre mosse per dare scacco matto alla BPCO

Di fronte a questa patologia che non si vede, ma si sente, occorre mettere in atto tre strategie.
La prima passa attraverso la diagnosi precoce e corretta, grazie alla spirometria. La seconda prevede la terapia appropriata già nello studio del medico di medicina generale, spezzando quella discrepanza tra bisogni dei pazienti ed effettivo ricnonscimento del quadro. La terza mossa, quella decisiva,  punta al miglioramento della funzionalità polmonare e della qualità di vita del paziente con riduzione della dispnea e delle riacutizzazioni.

L’obiettivo  è non solo ridurre il fardello della malattia per il paziente e i caregiver, ma anche favorire un ottimale controllo della spesa sanitaria grazie al minor rischio di ricoveri ospedalieri legati alle recidive della patologia respiratoria. A disegnare questo percorso virtuoso sono i risultati dello studio ASTER, pubblicato su International Journal of COPD, che ha visto protagonisti i medici di Medicina Generale.

La ricerca mostra come grazie a un approccio studiato su misura da parte del medico che opera sul territorio è possibile influire sul benessere dei pazienti con BPCO ottimizzando i trattamenti e favorendo l’appropriatezza prescrittiva e terapeutica. L’indagine ha consentito di descrivere i modelli di trattamento e gli esiti clinici della BPCO per sei mesi, arruolando 385 pazienti con BPCO, da lieve a moderata, tra i 40 e gli 80 anni.

 

L’importanza e il ruolo del medico di medicina generale 

Lo studio ASTER analizza il trattamento della BPCO in medicina generale in Italia. Focalizzando anche l’attenzione su particolari aspetti terapeutici. Evidenziando come la diagnosi precoce, la rivalutazione del paziente e l’utilizzo di terapie più efficaci come i LABA/LAMA, come terapie iniziali di mantenimento, impattino sui pazienti di nuova diagnosi.

“Dalla ricerca emerge  come sia fondamentale il ruolo dei medici di medicina generale italiani nella gestione della BPCO – commenta Alessandro Rossi, Presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG)In presenza di linee guida chiare, sul territorio è possibile trattare e monitorare efficacemente i pazienti con BPCO, riducendo l’impatto della malattia. E  migliorando i risultati a lungo termine”.

Occorre inoltre che il medico che opera sul territorio sia adeguatamente formato sulla malattia. In particolare, considerando i principali fattori di rischio e i sintomi che debbono mettere in guardia. In queste condizioni, poi, l’esame spirometrico deve rappresentare la “conditio sine qua non” per la diagnosi e l’inquadramento terapeutico del paziente.

Su questi aspetti la strada da fare è ancora lunga. Attualmente, la spirometria appare sottoutilizzata nella medicina generale e lo studio ASTER dimostra che integrarla nella pratica clinica può fare la differenza.

Soprattutto molti pazienti con BPCO non ricevono trattamenti conformi alle raccomandazioni GOLD. ASTER dimostra che una gestione più strutturata può portare a un miglioramento clinico significativo. Il che significa modificare i percorsi di presa in carico per ottenere una gestione ottimale della BPCO, basata sulle linee guida. In grado di offrire benefici tangibili in termini di sintomi, riacutizzazioni e qualità della vita.

“Purtroppo lo studio ASTER mostra come per molti pazienti eleggibili non ci fosse una chiara diagnosi di BPCO precedente all’arruolamento. Il che evidenzia l’importanza di uno screening della malattia. E una diagnosi tempestiva mediante spirometria da parte dei medici di medicina generale – spiega Rossi – A quel punto, il medico di medicina generale può trattare la BPCO senza problemi. Grazie alla rivalutazione del trattamento anche con terapie innovative come i LAMA/LABA si possono ottenere esiti positivi come quelli evidenziati dallo studio per i pazienti”.

Cosa può cambiare? 

Lo studio ASTER offre quindi informazioni molto solide sull’assistenza al paziente con BPCO nella vita reale.  E puntualizza quanto e come la chiave del successo della gestione della patologia dipenda dall’integrazione tra le competenze di medici di medicina generale e specialisti.

“Ai primi va il compito di intercettare precocemente la patologia. Per poi gestire direttamente il paziente con le forme meno impegnative ed indirizzare allo pneumologo il malato più grave, per la presa in carico specifica – segnala Claudio Micheletto, Direttore dell’UOC di Pneumologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona e anche Presidente nazionale per il biennio 2024-2025 dell’Associazione Nazionale Pneumologi OspedalieriNon bisogna mai dimenticare che quattro pazienti con BPCO su dieci vengono riconosciuti solo nelle fasi avanzate della malattia. E quindi l’approccio alla problematica sul territorio è basilare.

Si tratta di pazienti particolari, vale a dire prevalentemente fumatori, che convivono con minimi sintomi nelle fasi iniziali. Come la tosse con secrezioni e la difficoltà respiratoria solo da sforzo. Sono abituati a convivere, non riconoscono il lento peggioramento e non si rivolgono al Medico. Tocca a noi andare a cercarli. Per tentare di farli smettere di fumare, avviarli a una diagnosi e terapia”.

I pazienti, peraltro, non debbono essere più “invisibili”. Dallo studio emerge come grazie alla rete più efficace ed efficiente tra medico di medicina generale e specialisti si può ottenere una migliore assistenza sociale e sanitaria per il paziente con BPCO.

<strong>Giovanna Elisiana Carpagnano,  Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Pneumologia presso l’Ospedale Universitario Policlinico di Bari e Direttrice della Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato respiratorio dell’Università di Bari sottolinea: “Il ruolo dei medici di medicina generale nella ricerca clinica, soprattutto negli studi osservazionali di fase 4 come ASTER, è cruciale per comprendere l’efficacia dei trattamenti nella pratica quotidiana e migliorare l’approccio terapeutico. Grazie alla loro conoscenza approfondita del territorio e alla stretta connessione con i pazienti, i medici di famiglia rappresentano un punto di riferimento fondamentale per raccogliere dati reali. E validare strategie che possano ottimizzare la gestione di patologie croniche come la BPCO. Solo con una maggiore collaborazione tra medicina generale e specialistica, supportata da studi clinici di questo tipo, possiamo garantire diagnosi tempestive, trattamenti appropriati. E un reale miglioramento della qualità di vita dei pazienti.”

 

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