Innovazione accessibile e il ruolo di GSK in ricerca e industria

L’innovazione in sanità produce valore solo se riesce a trasformarsi in accesso reale. Prevenzione, diagnosi e cure che arrivano alle persone nei tempi giusti. Il ruolo di GSK.

 

“Innovazione accessibile” significa vantaggi simultanei per la salute dei cittadini e per la competitività del Paese. Riduzione del carico di malattia, migliore qualità di vita, maggiore produttività e una spinta alla crescita.

Di questo si è discusso a Roma nel corso di Dialoghi sull’Innovazione accessibile – Innovaction”, evento promosso da Adnkronos e GSK, con il patrocinio di Farmindustria, che ha riunito istituzioni, imprese ed esperti per un confronto “a più voci” sul futuro dell’economia della salute. E sul ruolo cruciale dell’innovazione sostenibile e disponibile per i cittadini.

L’evento è stata occasione per fare il punto ed evidenziare il contributo di GSK in Italia.  Il colosso farmaceutico infatti conta due centri di ricerca e due stabilimenti considerati centri di eccellenza (a Siena e Parma).

Nel 2024, inoltre, GSK ha investito 324 milioni di euro in produzione e ricerca – circa l’8% dell’investimento totale delle farmaceutiche in Italia – e 172 milioni nella sola R&S, pari al 7,5% dell’investimento del settore in questo ambito.  Nel 2024, inoltre, GSK ha condotto 88 studi clinici in Italia.

Come ha sottolineato Antonino Biroccio, Presidente e General Manager di GSK Italia.“ L’Italia ha una base industriale e scientifica che può giocare da protagonista. Lo dimostrano la nostra filiera integrata, la capacità di esportare in oltre 100 Paesi e gli investimenti continui in ricerca e produzione. Ma per fare un salto ulteriore serve  riconoscere e premiare l’innovazione accessibile. Perché è l’innovazione che attrae investimenti esteri e rende l’Europa competitiva nella sfida globale”.

 

Il farmaco per il mieloma multiplo

Un esempio è belantamab mafodotin, farmaco per il trattamento del mieloma multiplo, prodotto nello stabilimento GSK di San Polo di Torrile a Parma.  “In alcuni settori, come quello del mieloma multiplo, siamo stati i primi a sviluppare un ADC, un farmaco anticorpo coniugato, che permette appunto di dare opportunità di salute ai pazienti con questo tumore”, conferma Maria Sofia Rosati, direttore medico GSK Italia – ADC sta per Antibody Drug Conjugate, la nuovissima frontiera della medicina, in questo caso in ambito oncologico. Ma sicuramente con possibilità di espansione in altre patologie”.

“Fino ad oggi abbiamo combattuto la malattia cancro attraverso farmaci che andassero a bombardare la malattia. Poi siamo arrivati in una seconda evoluzione in cui attraverso i cosiddetti anticorpi monoclonali eravamo in grado di arrivare esattamente al bersaglio. Oggi siamo in grado di portare il farmaco attraverso il bersaglio laddove deve arrivare per sconfiggere la malattia”.

Il mieloma multiplo è un tumore maligno che colpisce le plasmacellule, un tipo di globuli bianchi presenti nel midollo osseo, fondamentali per il sistema immunitario. Le plasmacellule hanno il compito di produrre anticorpi, proteine essenziali per difendere l’organismo da infezioni causate da batteri e virus. Nel caso del mieloma multiplo, le plasmacellule subiscono una trasformazione genetica che le porta a proliferare in modo incontrollato.

Questa crescita anomala ostacola la produzione delle altre cellule del midollo osseo, causando problemi come anemia, difficoltà nella coagulazione del sangue, un maggiore rischio di infezioni e danni alle ossa.

Inoltre, le plasmacellule tumorali iniziano a produrre grandi quantità di anticorpi anomali, chiamati proteine monoclonali, che non sono funzionali e non aiutano il sistema immunitario.

Nella maggior parte dei casi le terapie attuali non permettono ancora di ottenere una guarigione definitiva. Perché quasi tutti i pazienti finiscono per avere una o più ricadute.

Belantamab mafodotin è composto da un anticorpo monoclonale che riconosce una proteina chiamata BCMA, presente sulla superficie delle plasmacellule tumorali. Dopo essersi legato specificamente al BCMA, belantamab entra nella cellula malata, dove rilascia il suo farmaco citotossico, MMAF, che impedisce alle cellule tumorali di dividersi e le porta alla morte.

Oltre a questo, l’anticorpo è in grado di stimolare il sistema immunitario, attivando meccanismi come la distruzione diretta delle cellule tumorali attraverso le difese naturali e la loro eliminazione da parte di cellule immunitarie specializzate. Belantamab mafodotin è stato da poco approvato dall’EMA per la terapia alla prima recidiva e ora sta seguendo la procedura registrativa anche in Italia. Sulla scorta dei risultati di due studi clinici denominati DREAMM-7 e DREAMM-8.

Il processo di approvazione di belantamab in Italia sta seguendo il suo iter regolare. Tuttavia, GSK ha deciso di rendere disponibile questa innovazione a tutti i centri che ne faranno richiesta. Offrendo il farmaco a un prezzo simbolico per permettere ai pazienti italiani di accedere fin da subito ai benefici evidenziati dagli studi clinici.

Belantamab mafodotin inoltre può essere somministrato in regime di day hospital.  Senza pre-medicazioni o ricoveri, rendendo il trattamento facilmente fruibile anche presso i reparti di ematologia meno strutturati. E non esclusivamente nei centri altamente specializzati.

 

La nuova frontiera della medicina di precisione

Anche nel campo della medicina di precisione la biopsia liquida è la nuova frontiera. Arrivata in pratica clinica intorno agli anni 2013-2014 con l’arrivo di un farmaco ed è stato davvero un esempio eccellente di integrazione tra sviluppo di farmaci, sviluppi di tecnologie e medicina di precisione.

Marzia Del Re, professore associato di farmacologia alla San Camillus International University of Medical and Health Science e l presso l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata a Roma,  sottolinea quanto è importante condividere e fare rete nei centri italiani per i progressi della farmacogenetica: “Fare rete vuol dire anche equità per il paziente, equità di accesso, vuol dire bontà dei test, vuol dire eccellenza. Stiamo lavorando con le società scientifiche proprio per cercare di fare delle reti sia di standardizzazione sia di equità di accesso in termini non solo di accesso al test ma anche di tipologia di test che vengono utilizzati per permettere ai pazienti di avere le stesse opportunità in qualsiasi centro”.

Per rendere tutto questo accessibile al paziente il percorso non è semplice, però in Italia ci sono delle eccellenze. E ci stiamo avvicinando sempre più a quella che è davvero una medicina personalizzata. Alla ricerca di specifici biomarcatori presenti in specifiche cellule che portano poi di fatto a un aumento in sopravvivenza nelle varie patologie oncologiche solide e non.

Accessibilità e soprattutto riduzione dei tempi: “Da noi c’è il  problema della provazione regionale. Restiamo ancora con tempi abbastanza importanti, rilevanti, come in altri paesi europei. Il problema è amplificato dal fatto che c’è l’introduzione anche a livello regionale. Quindi non basta l’autorizzazione dell’autorità regolatoria- conclude Daniela Bianco, Partner e Responsabile Ared Healthcare CHA Group – C’è sicuramente un miglior coordinamento da fare a monte, ci sono modelli di early access che facilitano e che preparano l’arrivo di nuove terapie. Questo sicuramente va fatto tra l’industria, le società scientifiche, l’associazione dei pazienti e le autorità regolatorie”.  

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