Dal 40° congresso della SISC (Società Italiana Studio delle Cefalee): le cure non farmacologiche possono ridurre i sintomi dell’emicrania tra il 35% e il 55%. E nuovi orizzonti sono stati aperti anche dalla neurostimolazione non invasiva
Le terapie non farmacologiche per la cura delle cefalee è uno degli argomenti di cui si sta discutendo al 40° Congresso Nazionale della Società Italiana per lo Studio delle Cefalee – SISC in corso a Lecce.
Esistono approcci, ancora poco noti, non farmacologici ma comunque ad essi complementari, contro l’emicrania. “Metodi come la terapia cognitivo comportamentale supportano il paziente nel suo percorso per la gestione del dolore. Rendendolo più consapevole della condizione di malattia e meno passivo – spiega la dottoressa Licia Grazzi dell’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, Headache Center- “Oggi questa tecnica, come anche rilassamento, biofeedback, mindfulness, è approvata anche dalla American Academy of Neurology”.
La terapia cognitivo comportamentale
Fra gli studi già esistenti, quello che ha dato la base più solida e un impulso alle ricerche su questo approccio terapeutico, è una review sui risultati della terapia cognitivo comportamentale sui pazienti con emicrania cronica condotta presso la Lithuanian University of Health Sciences, di Kaunas pubblicata dalla rivista scientifica Medicina.
Secondo 11 lavori scientifici selezionati, sette dei quali condotti negli Stati Uniti e altri quattro nel Regno Unito, Germania, Iran e Italia, c’è stata sia una riduzione degli attacchi sia un abbassamento drastico del punteggio MIDAS (Migraine Disability Assessment). Un indicatore standardizzato che misura i giorni di scuola, lavoro o vita sociale persi a causa dell’emicrania.
Altri dati sono emersi in seguito. Studi russi e coreani hanno riportato una riduzione degli attacchi dal 35 al 55%. Sembra inoltre che gli effetti non svaniscano nel tempo come quelli dei farmaci quando se ne interrompe la assunzione. Ma una volta appresa la tecnica i benefici della CBT si mantengano stabili nel tempo. Con miglioramenti documentati (secondo uno studio coreano) da 2 a 5 anni dopo la fine delle sedute.
Il protocollo per l’emicrania
“La terapia cognitivo-comportamentale contro l’emicrania consiste sedute di psicoterapia condotte secondo tecniche specifiche, articolate in un protocollo strutturato – spiega la professoressa Marina De Tommaso, Presidente della Società Italiana per lo Studio delle Cefalee, Ordinario di Neurologia all’università di Bari – Focalizzato sul sintomo e a breve termine, solitamente tra le 8 e le 12 sedute. L’obiettivo è modificare il modo in cui il cervello reagisce allo stress e al dolore, riducendo l’iperattivazione del sistema nervoso”.
Il protocollo si basa su quattro pilastri. Il primo è la ristrutturazione cognitiva, cioè lavorare sui pensieri catastrofici e gestire l’ansia. Il secondo è la gestione comportamentale che consiste nel modificare le abitudini (sonno, energie etc) anche con il diario delle cefalee ragionato. Il terzo è l’uso di tecniche di rilassamento per ridurre l’attivazione del sistema simpatico. Il quarto sono i metodi da attuare durante le crisi per spostare l’attenzione dal dolore e evitare la rabbia.
Le tecniche di neurostimolazione non invasiva
Tra queste hanno un posto di rilievo le nuove metodiche di neurostimolazione non invasiva, utili quando i farmaci non danno i risultati sperati. “Si tratta di terapie che possono o affiancare i farmaci anti-CGRP. Cioè anticorpi monoclonali e gepanti potenziandone l’effetto nei casi resistenti – è come se li ‘sbloccasse’ – oppure sostituirli, nei soggetti refrattari – dice il professor Filippo Brighina,neurologo dell’università di Palermo – Che siano efficaci è indubbio. Ma per quantificarne con precisione l’efficacia ancora mancano studi sufficientemente vasti e condotti con metodi omogenei”.
In pratica funzionano applicando deboli correnti continue o alternate oppure campi elettromagnetici su determinati distretti nervosi periferici o centrali. Allo scopo di attivare le vie inibitrici del dolore emicranico. Nel primo caso i terminali sono poggiati sulla fronte per stimolare il nervo sopraorbitario o sulla nuca per il nervo grande occipitale o sul collo per il nervo vago.
Nel secondo, i campi magnetici, sulla testa per agire sulle aree motorie del cervello e corteccia prefrontale, dove hanno sede gli aspetti cognitivi ed emotivi del dolore. Servono sia ad affrontare gli attacchi dolorosi sia a prevenirli. Le applicazioni durano 10-20 minuti ciascuna, per cicli variabili a seconda che il dolore sia presente o non ancora.
Il maggior limite a queste terapie sta nel fatto che pochi Centri Cefalee le usano. “Potrebbe tuttavia essere molto utile un particolare apparecchio che stiamo sperimentando” continua il prof. Brighina. ”È di dimensioni molto ridotte, funziona con le correnti deboli e può essere usato autonomamente a domicilio, sotto le direttive del neurologo”.
“Un approccio multidisciplinare contro l’emicania è sempre utile al paziente, sia in prevenzione che in terapia – continua la dott. Grazzi.- Purtroppo In Italia, specie per quanto riguarda la terapie cognitivo comportamentale e le tecniche di mindulness e biofeedback, non siamo del tutto preparati e attrezzati. Ci stiamo lavorando. Cercando di allineare le esperienze e gli expertise dei Centri cefalee. Per poter offrire anche questi servizi a tutti pazienti.
È un approccio molto promettente. Implementando i servizi on line, possiamo espandere queste modalità di terapia anche per pazienti che afferiscono ai Centri che non hanno questo tipo di servizio. Spesso i farmaci, seppur eccellenti per la prevenzione della emicrania, non sono sempre sufficienti. L’ emicrania infatti è un fenomeno complesso che risponde ad un modello biopsicosociale. In cui gli aspetti biologici della malattia sono strettamente connessi ad aspetti di tipo psicoemotivo e sociale”.
“È giusto che i medici di famiglia seguano l’ emicrania episodica. Mentre quella cronica va affrontata dai Centri Cefalea” conclude il professor Innocenzo Rainero, Presidente Eletto della SISC e Ordinario di Neurologia presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino– Perché è in questa sede che si può stabilire se i farmaci risultano efficaci e se sia il caso o meno di affiancarli da altre terapie come quelle esposte sopra”.
