Malattie reumatologiche: ne soffrono 3,5 milioni di italiane

È una patologia cronica che di solito arriva in giovane età e può portare dolore e disabilità. Che si intreccia con scelte fondamentali nella vita di una donna: maternità e carriera.

È la malattia reumatologica che colpisce 3,5 milioni di donne nel nostro Paese. A evidenziare il problema è la Società Italiana di Reumatologia (SIR) che sottolinea l’importanza di diagnosi precoce, informazione e presa in carico dello specialista.

“Nelle malattie reumatologiche la dimensione di genere è molto rilevante”, afferma Andrea Doria, Presidente SIR e Professore di Reumatologia presso l’Università di Padova. “In quelle autoimmuni sistemiche il divario maschi-femmine è particolarmente marcato. Il lupus eritematoso sistemico (LES) colpisce le donne in un rapporto di circa 9 a 1 rispetto agli uomini. La malattia di Sjögren arriva oltre il 10 a 1. Nella sindrome da anticorpi anti-fosfolipidi il rapporto è, invece, di circa 5 a 1. Anche l’osteoporosi presenta una netta predominanza femminile. Oggi disponiamo di terapie efficaci che migliorano significativamente la prognosi di queste patologie. Che richiedono percorsi diagnostici e terapeutici sempre più attenti alle differenze di genere”.

“Oltre a essere più frequenti, le malattie reumatologiche nelle donne influenzano momenti cruciali del loro ciclo di vita, dall’adolescenza alla menopausa”, evidenzia Chiara Tani, coordinatrice del Gruppo di Studio SIR sulla medicina di genere e reumatologa presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana.

Gravidanza: oggi possibile, ma da pianificare

Alcune malattie reumatologiche come le connettiviti esordiscono tra i 20 e i 40 anni. Intercettando la fase fertile e ponendo interrogativi importanti sulla possibilità di avere figli.

“Oggi, nella maggior parte dei casi, la gravidanza è possibile”, sottolinea Tani. “Tuttavia, richiede una pianificazione attenta e un monitoraggio specialistico, multidisciplinare in centri specializzati”.

Le criticità principali

Rischio di riacutizzazione della malattia durante la gravidanza. Complicanze ostetriche più frequenti rispetto alla popolazione generale (parto pretermine, basso peso alla nascita, preeclampsia). Infine, gestione delle terapie farmacologiche durante la gravidanza e l’allattamento.

“È fondamentale un counseling preconcezionale adeguato, rivolto non solo alla paziente ma anche al suo compagno. E programmare la gravidanza quando la malattia è sotto controllo, in un percorso condiviso tra reumatologo e ginecologo”, aggiunge Tani. “Un errore ancora frequente tra le donne è sospendere autonomamente i farmaci per paura che possano nuocere al bambino. Oggi abbiamo terapie compatibili con la gestazione. Mentre una malattia attiva (dovuta all’interruzione della cura) può essere ben più pericolosa”.

Lavoro e studio condizionati dalla malattia

L’impatto delle malattie reumatologiche va oltre la salute e investe direttamente autonomia e prospettive di vita.

“Molti pazienti hanno dovuto cambiare percorso di studi. O ridurre le proprie ambizioni professionali a causa della malattia”, spiega Tani. “La fatigue cronica, il dolore, la rigidità articolare e la necessità di terapie e controlli frequenti impongono ritmi diversi”.

Le conseguenze

Riduzione dell’orario di lavoro, difficoltà a sostenere carichi elevati, rinuncia a opportunità di carriera. Un esempio: nel LES si registrano tassi di work disability e assenteismo fino a 2-3 volte superiori rispetto alla popolazione generale. E una percentuale di disabilità lavorativa permanente di circa il 45% a 20 anni dalla diagnosi).

“In alcuni casi, come per esempio nel LES, anche le manifestazioni cutanee possono rappresentare un elemento di disagio nella vita professionale. Soprattutto per chi svolge attività a contatto con il pubblico”, aggiunge l’esperta.

Menopausa: una fase critica

“L’avanzare dell’età e la menopausa possono accentuare i sintomi delle malattie reumatologiche (dolori articolari, stanchezza, disturbi dell’umore). Aumentare il rischio di complicanze dell’osteoporosi. E degli eventi cardiovascolari, che possono aumentare per una combinazione di fattori”, spiega Tani. “Fattori di rischio ‘classici’: ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, ridotta protezione cardiovascolare dovuta al calo degli estrogeni. Fattori legati alla malattia reumatica: l’infiammazione cronica che accelera l’aterosclerosi e contribuisce al danno vascolare. Nel complesso, le donne con malattie reumatiche presentano un rischio di eventi cardiovascolari aumentato di circa 1,5–2 volte rispetto alla popolazione generale”.

E, ancora, i sintomi della menopausa possono sovrapporsi a quelli reumatologici. Rendendo più complessa la gestione clinica.

Diagnosi precoce e consapevolezza: le chiavi per il futuro

Un elemento chiave resta la diagnosi precoce.

“Riconoscere tempestivamente queste patologie permette di prevenire danni irreversibili e migliorare la qualità della vita”, conclude Tani. “Sintomi come stanchezza persistente, dolori articolari, perdita di capelli o secchezza delle mucose non devono essere trascurati. Importante riferire questi disturbi al proprio medico curante per attivare la catena di approfondimenti specialistici che possono portare alla diagnosi”.

E, una volta ricevuta la diagnosi, per la Società Italiana di Reumatologia la priorità è chiara: informare e accompagnare le pazienti.

“Parlarne è essenziale”, conclude Doria. “Perché una maggiore consapevolezza permette alle donne di affrontare la malattia senza isolamento e con strumenti adeguati”.

 

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