L’utilizzo delle formulazioni solide da affiancare alle soluzioni orali per la supplementazione della vitamina D potrebbe generare un risparmio per i Servizi Sanitari. E un vantaggio per i pazienti
Il ricorso alle formulazioni solide da affiancare alle soluzioni orali per la supplementazione della vitamina D potrebbe generare un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale di 52,2 milioni di euro nell’arco di 3 anni. È quanto emerge da un’analisi di impatto sul budget (BIA) che ha stimato la ricaduta economica di una possibile rimodulazione delle quote di mercato tra le diverse forme farmaceutiche di vitamina D attualmente disponibili. Elaborata sulla base dei consumi di vitamina D registrati a febbraio 2023.
L’analisi è stata presentata a Roma nel corso dell’evento “Vitamina D: Strategie d’impatto sui budget regionali e potenziali risparmi”, ideato e organizzato da Cencora–Pharmalex con il contributo non condizionante di IBSA Italia.
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La carenza di vitamina D: un problema attuale
La vitamina D è essenziale non solo per il benessere muscoloscheletrico ma anche per la regolazione della risposta immunitaria, lo sviluppo prenatale, la funzione cerebrale, cardiovascolare. E la prevenzione di patologie cronico-oncolo- giche.
L’ipovitaminosi D, dunque, è un problema soprattutto nelle popolazioni più vulnerabili. Tra cui anziani, donne in gravidanza o in allattamento, persone con pelle scura, con gravi deficit motori e affetti da obesità.
Nonostante la sua importanza, la carenza di vitamina D è un fenomeno globale che colpisce fino al 50% della popolazione mondiale. Con punte critiche nelle città del Nord dove l’esposizione solare è limitata. Sebbene la dieta offra alcuni “tesori” come i pesci grassi (salmone, sgombro), i tuorli d’uovo e i funghi trattati con UV, spesso l’apporto alimentare non basta a coprire il fabbisogno giornaliero ideale di 600-800 IU.
Quando i livelli di questo ormone scendono sotto la soglia critica dei 20 ng/mL, l’organismo entra in una vera e propria “modalità di emergenza”, innescando una serie di reazioni a catena che colpiscono diversi apparati.
Le principali conseguenze derivanti dalla sua carenza
“La carenza di vitamina D nella sua forma severa si manifesta con i segni di rachitismo nei bambini e dell’osteomalacia nell’adulto ed è associata a un incremento del rischio di osteoporosi, malattie cardiovascolari, infezioni, cancro, miopatie, malattie autoimmuni, diabete – sottolinea Orazio Falla, Dirigente medico specializzato in Endocrinologia, Distretto di Palestrina, ASL Roma 5 – Le forme croniche possono compromettere nei più giovani la crescita e favorire deformità scheletriche. Mentre negli adulti determinano una maggiore fragilità dello scheletro, con aumento dell’incidenza di fratture e anche effetti extra-scheletrici. La carenza viene compensata dall’integrazione farmacologica che può essere somministrata in diverse modalità. Migliorate nel tempo con l’obiettivo di migliorare la compliance del paziente. Vi sono soluzioni orali tradizionali e le più recenti capsule softgel e film orodispersibili (ODF). Che si propongono come valide alternative”.
La doppia anima della vitamina D
La vitamina D si presenta principalmente in due forme: la D2 (ergocalciferolo), di origine vegetale (come funghi e lieviti), e la D3 (colecalciferolo), prodotta dalla nostra pelle grazie all’azione dei raggi ultravioletti. O assunta tramite alimenti di origine animale. Sebbene entrambe contribuiscano all’equilibrio del corpo, la vitamina D3 si è dimostrata superiore nel mantenere stabili i livelli sierici nel tempo.
Una volta sintetizzata o assunta, la vitamina D migra prima nel fegato e poi nei reni, dove si trasforma nella sua forma biologicamente attiva.
Il ruolo classico della vitamina D è quello di “direttore d’orchestra” per l’assorbimento di calcio e fosforo, elementi fondamentali per la salute delle ossa. Tuttavia, le evidenze scientifiche mostrano un raggio d’azione molto più ampio sul Distema Immunitario (stimola la produzione di peptidi antimicrobici per combattere le infezioni), Salute Cellulare (guida la crescita delle cellule e attenua le infiammazioni “silenti”) e Prevenzione Cronica. Una sua carenza (sotto i 20 ng/mL) è stata collegata a un aumento del rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e persino depressione.
Quando è necessaria la supplementazione di vitamina D
Secondo le linee guida della Endocrine Society, l’integrazione è raccomandata per categorie specifiche: bambini (1-18 anni), adulti oltre i 75 anni, donne in gravidanza e soggetti prediabetici. In contesti come l’inverno italiano, specialmente nelle regioni settentrionali, ricorrere a un supplemento può prevenire cali stagionali e proteggere la vitalità quotidiana.
Dunque mantenere livelli ottimali di vitamina D (tra 30-50 ng/mL) non è solo una questione di salute ossea. Ma un investimento per il sistema immunitario e metabolico. Consultare il proprio medico per un dosaggio su misura resta il primo passo per massimizzare i benefici di questo prezioso alleato invisibile.
Come ottimizzare l’assunzione di vitamina D?
In un contesto sanitario segnato da crescente domanda di prestazioni, invecchiamento della popolazione e aumento delle cronicità, il SSN e i Servizi Sanitari Regionali sono chiamati a implementare strategie di ottimizzazione delle risorse. Per garantire sostenibilità e continuità di accesso alle cure senza compromettere l’equità assistenziale. Per questo l’analisi effettuata sull’impatto dell’utilizzo di vitamina D sui sistemi regionali, può fornire strumenti utili per valutare percorsi e/o indicazioni d’utilizzo sempre più efficienti.
Per esempio, i dati della simulazione evidenziano che monitorando la tipologia di somministrazione di vitamina D si possono realizzare risparmi pari a 12,5 milioni di euro per la Lombardia, 7,3 milioni per la Campania e 5 milioni per il Lazio. Confermando il colecalciferolo come una molecola con alto valore strategico per le politiche di governo della spesa farmaceutica.
“L’analisi condotta dimostra come l’utilizzo di formulazioni solide per la supplementazione della vitamina D possa generare un impatto economico rilevante non soltanto per i Servizi Sanitari ma anche per i pazienti. Favorendo una maggiore aderenza terapeutica e un beneficio diretto sui costi individuali.» – dichiara Eugenio Di Brino, Co-Founder & Partner, Altems Advisory. – «Non si tratta solo di risparmiare, ma di reinvestire meglio. Dimostrando che l’innovazione terapeutica può essere sostenibile se guidata da scelte basate sull’evidenza, con vantaggi clinici, economici e di compliance”.
L’esperienza del Lazio
L’analisi presentata parte dall’esperienza della Regione Lazio e dall’implementazione di un modello di appropriatezza prescrittiva. In particolare l’esperienza della ASL Roma 2 sul controllo della spesa farmaceutica legata alla supplementazione di vitamina D.
>I prescrittori, se ritengono necessario prescrivere altra formulazione rispetto al flaconcino multidose, sono invitati a scegliere il trattamento che a parità di dosaggio, presenta il costo-terapia più basso. Al fine di contribuire alla sostenibilità del Servizio Sanitario Regionale.
“I dati di monitoraggio della spesa convenzionata dimostrano che le politiche di appropriatezza prescrittiva producono risultati concreti. Nel 2024 la spesa annua per il colecalciferolo si è attestata poco sotto i 3,5 milioni di euro, in riduzione rispetto ai quasi 3,7 milioni registrati nel 2023. – commenta Gerardo Miceli Sopo, Direttore della UOC Farmacia Ospedaliera OP – Continuità Ospedale-Territorio e Distribuzione Diretta, ASL Roma 2. – La regione Lazio ha pubblicato un indicatore molto stringente, che va perseguito in modo da permettere di liberare risorse da reinvestire in continuità assistenziale ed innovazione.”
Dati questi risultati di risparmio il modello potrebbe essere implementato in altre realtà regionali. Ogni Regione dunque può implementare iniziative volte a raggiungere equilibrio. Con un approccio più appropriato delle varie formulazioni di farmaci a disposizione per la terapia con la vitamina D. È importante dunque condividere una strategia comune e omogenea sul territorio nazionale. Questo comporta risparmio e quindi liberare queste risorse e metterle a disposizione per i servizi sanitari regionali. Ma soprattutto mantenere una omogeneità di comportamento prescrittivo e una disponibilità della terapia farmacologica per tutti i pazienti.
Quali elementi strategici fondamentali?
Grazie al risultato positivo del caso di studio della Regione Lazio, si possono porre le basi per la possibile implementazione di ulteriori percorsi virtuosi. Infatti, l’analisi si conclude con alcuni spunti:
Promozione dello switch: verificando le formulazioni più opportune.
Vantaggio economico per il paziente: comunicazione all’utente sui costi a suo carico.
Governance: istituire o potenziare organismi tecnici consultivi composti da esperti multidisciplinari.
Appropriatezza: le Regioni devono monitorare attivamente le prescrizioni per garantire la conformità con la Nota 96 AIFA.
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L’INTERVISTA
