La BPCO è attualmente la terza causa principale di mortalità in tutto il mondo. Ma stabilizzarla è oggi un obiettivo realistico. Gli studi mostrano che è possibile mantenere per mesi la malattia sotto controllo, riducendo peggioramenti, riacutizzazioni e migliorando la qualità di vita.
Secondo The Lancet Respiratory Medicine (2025), basato su dati aggiornati al 2021, la BPCO colpisce oltre 213 milioni di persone nel mondo. Tuttavia, stime più ampie, riferite dalla International Respiratory Coalition, che includono anche i casi non diagnosticati, indicano che il numero reale possa superare le 300 milioni di persone.
La dispnea (il fiato corto o la mancanza “d’aria) è uno dei sintomi più comuni. E colpisce i pazienti in tutti gradi di gravità della malattia. La BPCO è caratterizzata da una persistente limitazione del flusso di aria, in genere progressiva e associata a un’aumentata risposta infiammatoria cronica a particelle o gas nocivi a livello delle vie aeree e dei polmoni.
Si presenta tipicamente nei pazienti di età superiore a 40 anni e prevalentemente nei fumatori o negli ex fumatori. Altri fattori di rischio includono l’esposizione a particelle occupazionali, fattori genetici, asma e lo status socioeconomico.
Il declino della funzionalità polmonare è una caratteristica clinica chiave. L’aumento della gravità della malattia (ossia il declino della funzionalità polmonare), l’aumento della frequenza e della gravità delle riacutizzazioni e l’aumento della gravità dei sintomi (in particolare la dispnea) sono tutti effetti negativi che hanno impatto sulla mortalità
Quando si parla della broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), dunque, sigla che riunisce le vecchie bronchite cronica ed enfisema polmonare, la percezione è quella di una patologia inarrestabile nel suo decorso. Ma oggi, almeno in alcuni casi, non è più così. Si può finalmente cambiarne la prospettiva. La BPCO si può stabilizzare, per diversi mesi, grazie ad un approccio terapeutico appropriato ed efficace.
BPCO: rallentarla è possibile
L’obiettivo diventa raggiungibile con il concetto emergente di COPD Stability (chronic obstructive pulmonary disease), inteso come obiettivo terapeutico. Mantenere nel tempo una condizione di stabilità clinica che consenta di “rallentare” anche per mesi il danno delle vie respiratorie. Questo obiettivo si traduce in un azzeramento delle riacutizzazioni senza avere un peggioramento della qualità di vita e dei sintomi. Esistono già evidenze che mostrano come grazie alla triplice terapia con fluticasone furoato, umeclidinio, vilanterolo, si possa arrivare addirittura ad un anno di “stabilizzazione” della patologia in oltre 1 malato su 4. Lo dicono i dati post hoc derivanti dagli studi IMPACT e FULFIL, presentati pochi mesi fa al Congresso dell’ATS (American Thoracic Society) negli USA.
Come può cambiare la situazione
“Oggi la stabilizzazione della malattia nelle persone con BPCO può rappresentare un obiettivo terapeutico realistico – spiega Fulvio Braido, Direttore Clinica Malattie Respiratorie e Allergologia – Ospedale Policlinico IRCCS San Martino di Genova – Si può definire come l’assenza di peggioramento o peggioramento minimo di FEV (parametro chiave dell’esame spirometrico). E, sul fronte clinico, di assenza di riacutizzazioni oltre che di peggioramento significativo dello stato di salute. Gli studi dicono che la triplice terapia può modificare profondamente il quadro, rispetto alla duplice, con sostanziale rallentamento dell’evoluzione negativa più significativo. E quindi potenziale miglior prognosi per il malato”.
Per definire la stabilità della BPCO, è importante considerare tre aspetti fondamentali: la funzione polmonare, il rischio di riacutizzazioni e lo stato generale di salute del paziente. La funzione polmonare si misura attraverso un test spirometrico che valuta la capacità di respirare (ad esempio il FEV1, che indica il volume d’aria espirato in un secondo). Lo stato di salute e la qualità della vita, invece, vengono analizzati con strumenti come questionari che indagano l’impatto della malattia sui sintomi e sulle attività quotidiane. Questi parametri sono fondamentali per monitorare i progressi e personalizzare il trattamento.
La COPD Stability è quindi un nuovo paradigma che punta a dare una prospettiva diversa a una malattia tradizionalmente percepita come inevitabilmente ingravescente. “Oggi abbiamo la possibilità di fissare obiettivi concreti e misurabili, come il mantenimento della funzione polmonare, l’assenza di riacutizzazioni e un buono stato di salute riferito dal paziente. E di monitorarli nel tempo per orientare scelte terapeutiche più efficaci – segnala Braido – Per i pazienti, significa vivere meglio e più a lungo, riducendo le ospedalizzazioni, affrontando con maggiore serenità le attività quotidiane. E beneficiando di percorsi terapeutici più lineari. Insomma: parlare di stabilità nella BPCO significa offrire ai pazienti una prospettiva nuova e positiva. Non è solo limitarsi a gestire il peggioramento, ma puntare a un equilibrio duraturo che consenta di guardare al futuro con più fiducia”.
Importante aumentare le conoscenze
La stabilizzazione della malattia può essere considerata un obiettivo clinico raggiungibile con un trattamento ottimale in maniera significativamente migliore rispetto al trattamento a due farmaci. I dati sono stati presentati al recente congresso ERS 2025 di Amsterdam. Ed hanno confermato i benefici in tre domini fondamentali: funzione polmonare, riduzione delle riacutizzazioni e qualità di vita “Gli studi ci dimostrano che la stabilità non è un concetto astratto – commenta Marco Contoli, Direttore Pneumologia Territoriale AUSL Ferrara .
Disponiamo di dati di real life, come quelli dello studio di comparative effectiveness, che mostrano differenze statisticamente significative tra le opzioni terapeutiche disponibili, in particolare sugli outcomes di riacutizzazioni (tasso e rischio) e mortalità. Questo ci dice che le terapie non sono tutte uguali e che le scelte terapeutiche, se personalizzate caso per caso, possono davvero fare la differenza. In questo senso, in futuro, auspico una sempre più ottimale collaborazione con il medico di medicina generale. Per identificare i pazienti che più possono necessitare di risposte specifiche per una prognosi migliore. Affinché la stabilizzazione diventi un obiettivo condiviso nel percorso di cura”.
