L’intervista: le funzioni fungine invasive

Le infezioni fungine invasive stanno diventando una minaccia per la salute pubblica, particolarmente in ambito ospedaliero. Negli ultimi 15 anni, quest’ambito sanitario non ha visto significativi progressi terapeutici, nonostante le molteplici esigenze sanitarie generate da queste patologie fungine invasive. Complicate anche dalle resistenze batteriche. 

 

Ne abbiamo parlato con il Prof. Paolo Antonio Grossi, ordinario di Malattie infettive all’Università dell’Insubria e Direttore clinico delle Malattie infettive e tropicali di Asst – Sette Laghi di Varese. 

 

Professor Grossi, le infezioni fungine invasive stanno diventando un grosso problema di salute pubblica, soprattutto in ambito ospedaliero. Quali sono le cause di questo fenomeno e, soprattutto, ci sono pazienti più a rischio?

Le cause di questo fenomeno sono legate sostanzialmente al crescente numero di soggetti a rischio, che sono i soggetti immunosoppressi, cioè individui che vengono sottoposti a terapie immunosoppressive, per trapianti d’organo, per malattie ematologiche, per neoplasie. Ci sono molti farmaci che effettivamente sono in grado di modificare radicalmente quello che è la storia naturale di alcune malattie neoplastiche, però rendono poi il soggetto particolarmente vulnerabile. Quindi c’è un incremento di soggetti a rischio e quindi un incremento di queste infezioni e in ambito ospedaliero. Poi spesso le misure di prevenzione e controllo delle infezioni in ambito assistenziale non sempre vengono rispettate in modo rigoroso.

Possiamo spiegare meglio questo aspetto?

L’igiene delle mani, che è il cardine della prevenzione della trasmissione delle infezioni, a volte è trascurato. E dal momento che questi sono microorganismi che possono essere trasmessi da un soggetto all’altro con le mani, questo soprattutto se il soggetto, ad esempio, ha dei cateteri venosi centrali, ha dei dispositivi che superano quelli che sono le barriere anatomiche che normalmente si propongono tra l’ambiente esterno e il torrente circolatorio. Il soggetto, dunque, diventa più vulnerabile e se l’operatore non rispetta adeguatamente le norme può trasmettere infezioni.

E poi ci sono fenomeni cosiddetti di traslocazione batterica o fungina, che dall’intestino possono avere la traslocazione di questi microorganismi nel torrente circolatorio, quando c’è perdita dell’integrità di quelle che sono le barriere anatomiche anche a livello intestinale. Di conseguenza, anche in questo caso tutto dipende dalla condizione particolare del soggetto.

La chirurgia addominale si complica spesso con infezioni e microbiche invasive proprio per questa ragione, per una perdita dell’integrità della barriera mucosale che impedisce poi l’ingresso di questi microbi.

Quali sono le infezioni più diffuse  in ambito ospedaliero?

Sono le infezioni di varie specie di Candida e, purtroppo, di una Candida di recente scoperta che si chiama Candida Auris. Questi funghi si caratterizzano per un’elevata diffusibilità, si comportano come dei batteri gram negativi. E soprattutto sono multiresistenti, cioè sono resistenti a tutti i farmaci antimicrobici di cui noi disponiamo. Oggi, ad esempio, rezafungin è uno dei pochissimi farmaci attivo nei confronti di questa specie di candida.

Poi c’è la Candida Parapsilosis che ama molto le materie plastiche, quindi tipicamente si associa ai cateteri venosi centrali e anche questa, che in passato era sensibile al fluconazolo –  un vecchio farmaco – oggi è resistente ad esso. Dunque, pone delle sfide per quanto riguarda la sua gestione. Proprio per questo è importante diagnosticare tempestivamente la presenza di queste infezioni e rilevare la presenza di casi di resistenza. Affinchè si possano mettere in atto le terapie adeguate. Infatti, il tasso di mortalità di queste infezioni non trattate è di oltre il 95%.

Ma in questo contesto, parlando di prevenzione, il Covid non ci ha insegnato nulla?

Il Covid per certi versi è stato in parte il responsabile anche di molte trasmissioni. Abbiamo avuto tantissime infezioni fungine durante il Covid. Anche perché gli operatori si preoccupavano di tutelare se stessi a fronte di un qualcosa che inizialmente era totalmente sconosciuto e quindi usavano magari tre paia di guanti. Ma quei guanti erano buoni per tutti e quindi veniva meno proprio quello che era il concetto della prevenzione della trasmissione delle infezioni.

A livello proprio di resistenze, cosa si può fare per superare questo problema?

Per superarlo, sono necessarie misure di prevenzione, come curare l’ igiene delle mani e poi avere a disposizione delle nuove molecole in grado di superare le resistenze e usarle in modo oculato, perché antimicrobici, antibatterici, antivirali, antifungini, vanno usati solo quando servono nel modo corretto. Il rischio, infatti, è che questi microrganismi sfuggano a quello che noi mettiamo in campo per eliminarli. Quindi, dobbiamo usarli con oculatezza. Occorrono competenze e bisogna formare i giovani medici, sin dal corso di laurea a farsi una cultura di utilizzo appropriato dei farmaci antimicrobici.

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