Quando si tratta di cure, in Italia è il reddito a dettare legge. La possibilità di accedere tempestivamente a visite specialistiche dipende troppo dal luogo in cui si vive. E dalle risorse di cui si dispone. Lo stesso vale per gli accertamenti diagnostici e i percorsi di presa in carico
Di questo si occupa il Rapporto “Sussidiarietà e… salute” della Fondazione per la Sussidiarietà presentato in questi giorni a Varese. Al centro del confronto, al quale ha partecipato anche il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, il rafforzamento dell’assistenza territoriale. La valorizzazione del personale e l’integrazione tra sanità e sociale.
È il reddito a fare la differenza
Tra chi può contare solo su redditi bassi più di una persona su 10 (il 12%) rinuncia a una visita specialistica. Contro l’8% di quelle che rientrano invece nelle fasce reddituali più elevate. Un gap che dimostra come davvero l’accesso alle cure non sia uguale per tutti.
Anche in Lombardia, regione che più di ogni altra attrae pazienti dal resto del Paese, si registra un tasso di rinuncia alle cure del 5,3%. E questo la colloca al 7° posto nel panorama nazionale. L’incidenza sale, inoltre, al 9,5% per la rinuncia alle visite specialistiche.
Le criticità messe in luce dal Rapporto
- Le differenze socio-economiche sono particolarmente evidenti. In Europa, il 2,2% delle persone col reddito più basso dichiara di non aver potuto accedere alle cure necessarie a causa dei costi. La quota scende allo 0,2% tra chi appartiene a quello più ricco. In Italia il divario è più marcato. È il 2,9% delle persone con reddito basso a rinunciare alle cure per motivi economici. Contro lo 0,2% dei più benestanti.
- Le barriere non sono solo economiche. Per le visite specialistiche, le liste d’attesa sono indicate come motivo di rinuncia dal 50% degli intervistati. Mentre i costi eccessivi pesano per il 46,7% e la distanza dai servizi per il 10,8%. Per gli accertamenti diagnostici, le liste d’attesa salgono al 52,8%, seguite dai costi al 45,9% e dalla distanza al 10,4%.
- Le risorse disponibili per il SSN sono cresciute. Passando dai 114 miliardi di euro del 2019 ai 136,5 miliardi del 2025. Con una previsione di 142,8 miliardi nel 2026. Ma il Rapporto evidenzia come la questione non sia solo quante risorse destinare alla sanità, ma come trasformarle in valore per i cittadini.
- La crescita dei bisogni – invecchiamento, cronicità, fragilità, non autosufficienza – richiede un sistema meno frammentato e più capace di integrare servizi sanitari, sociosanitari e assistenza territoriale.
“Le cronicità e i bisogni socio-sanitari sono in costante aumento. Il nostro servizio sanitario nazionale vanta grandi eccellenze, ma la nostra società è molto cambiata”, afferma Maria Chiara Gadda, deputata e componente dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà. “Serve un cambio di passo sul modello organizzativo e verso un rapporto più maturo tra pubblica amministrazione e Terzo Settore. Il Piano d’azione dell’Unione Europea per l’economia sociale conferma l’importanza di questo mondo fatto di enti non profit, cooperative, e associazioni senza le quali molti servizi socio-sanitari già oggi entrerebbero in difficoltà”.
Il sistema sanitario in Lombardia
Il Rapporto individua gli ambiti sui quali intervenire. In particolare, l’assistenza territoriale, con un punteggio di 76, presenta maggiori margini di miglioramento rispetto alla prevenzione. Che raggiunge 95, e all’assistenza ospedaliera, che si attesta a 86. Il rafforzamento del raccordo tra ospedale e territorio, dell’assistenza domiciliare e dell’integrazione tra servizi sanitari e sociali appare quindi essenziale. Per assicurare una presa in carico più continuativa, soprattutto delle persone anziane, croniche e fragili.
Un ulteriore elemento di attenzione riguarda il personale. La Lombardia conta 5,63 medici e infermieri del Servizio sanitario nazionale ogni 1.000 abitanti, rispetto a una media italiana di 6,1. Anche la presenza di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta è inferiore alla media nazionale. Con un conseguente maggiore carico di pazienti per i medici di base. Gli interventi degli esponenti della sanità locale hanno permesso di mettere in relazione queste sfide con l’esperienza concreta del territorio. Richiamando la necessità di valorizzare le professionalità e migliorare la continuità delle cure. Inoltre, sviluppare una collaborazione più stretta tra istituzioni, strutture sanitarie e realtà sociali.
“La sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale non è soltanto una questione di risorse, ma richiede la capacità di trasformarle in risposte concrete ai bisogni delle persone” sottolinea Maria Cristina Pierro, Rettrice dell’Università degli Studi dell’Insubria. “In questa sfida l’Università è un attore strategico: forma i professionisti della salute, produce ricerca e innovazione e mette le proprie competenze al servizio del territorio. La sussidiarietà è il metodo per fare sistema, unendo istituzioni, sanità, università e comunità in una responsabilità condivisa”.
