Contrastare la denatalità. Il ruolo della procreazione assistita. Necessario aggiornare i LEA per prevenire l’infertilità “prevedibile”.
Preservazione della fertilità e procreazione medicalmente assistita come armi di contrasto alla denatalità. Con particolare attenzione alla necessità di un aggiornamento dei LEA per prevenire l’infertilità prevedibile e garantire maggiore equità di accesso ai trattamenti.
Se ne è parlato a Roma nel corso dell’incontro “Prevenzione della Fertilità e Medicina della Riproduzione”, su iniziativa della Fondazione Benessere Donna, in collaborazione con la rivista di politica sanitaria Italian Health Policy Brief e con il contributo non condizionante di Merck.
Per capire l’importanza del problema bisogna partire dai numeri
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) considera l’infertilità una condizione clinica riconosciuta che oggi coinvolge circa il 15% delle coppie in età riproduttiva, quota che L’Istituto Superiore di Sanità stima possa salire fino al 19%.
In Italia, dal 2015 la popolazione residente è in calo e, secondo il bilancio demografico ISTAT dei primi undici mesi del 2025, le nascite sono circa 324.000 (-4,2% rispetto agli stessi mesi del 2024), contro le 526.000 del 1995. Incidono la riduzione del numero di donne in età fertile (11,4 milioni nel 2025 contro 14,3 milioni nel 1995), l’aumento dell’età alla prima gravidanza e la crescente diffusione di condizioni che compromettono la fertilità, legate sia a fattori biologici sia a stili di vita e condizioni ambientali.
L’infertilità contribuisce direttamente al calo della natalità
Questa condizione amplifica una tendenza già determinata da trasformazioni demografiche strutturali. Il sostegno alla PMA e alla preservazione della fertilità deve quindi essere visto come un elemento di una strategia di salute riproduttiva focalizzata sul benessere complessivo della coppia.
“Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ammette e copre interventi di preservazione della fertilità solo per le pazienti sottoposte a trattamenti per le patologie oncologiche – osserva il Prof. Nicola Colacurci, Presidente della Fondazione Benessere Donna e gia’ Ordinario di Ginecologia ed Ostetricia presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli– Mentre dovrebbero essere prese in considerazione anche le maggiori condizioni cliniche ad alto impatto sulla capacità riproduttive delle donne. Il loro inserimento nei livelli essenziali di assistenza (LEA), permetterebbe di attuare una reale politica di prevenzione medica nei casi maggiormente a rischio di significativa riduzione del potenziale riproduttivo. Evitando che tali procedure restino attività di nicchia che trovano applicazione solo in ambito privato. A questo sarebbe opportuno si implementassero anche interventi mirati ad una maggiore formazione e consapevolezza della popolazione, degli specialisti e dei medici di medicina generale rispetto all’importante tema della prevenzione e conservazione della propria capacità riproduttiva”.
In proposito, la Dott.ssa Maria Rosaria Campitiello, Direttore del Dipartimento della Prevenzione, della Ricerca e delle Emergenze Sanitarie del Ministero della Salute, ha aggiunto che il ”Il tema della fertilità e della salute riproduttiva rappresenta oggi una priorità non solo sanitaria, ma anche sociale e demografica. Dobbiamo prevenire l’infertilità “prevedibile”, evitando costi futuri più elevati per il SSN, allineando l’Italia ad un approccio di medicina preventiva e personalizzata”.
Necessario investire nella prevenzione della fertilità
Tra i temi al centro dell’incontro anche la sostenibilità economica di programmi più estesi per la preservazione della fertilità, il contributo delle esperienze regionali, il ruolo del mondo universitario e delle società scientifiche. Oltre a quello dell’industria come motore dell’innovazione.
“Investire nella prevenzione della fertilità è una scelta strategica, sanitaria e socio-economica, per la sostenibilità del sistema Paese – ha dichiarato Ramòn Palou de Comasema, Presidente e Amministratore Delegato Healthcare di Merck Italia – perché consente di intervenire in modo più tempestivo assicurando equità di accesso ai trattamenti per quelle patologie non oncologiche che compromettono la capacità riproduttiva”.
Mentre il Sen. Ignazio Zullo, Membro della 10a Commissione Affari sociali sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale del Senato della Repubblica, ha evidenziato che: ”Il tema della natalità rappresenta una delle sfide più rilevanti per il futuro del nostro Paese. Lo studio socioeconomico presentato durante i lavori, illustra come la presa in carico da parte del SSN consentirebbe già nel primo anno a 1.131 donne con endometriosi, sclerosi multipla e menopausa precoce, di diventare genitori. La politica è chiamata a garantire un quadro normativo e organizzativo che permetta al Servizio Sanitario Nazionale di rispondere in modo più efficace ai bisogni delle coppie e di valorizzare il contributo che la scienza può offrire nel contrasto alla denatalità”.
Il ruolo della medicina della riproduzione
La medicina della riproduzione diventa non solo risposta clinica al problema dell’infertilità ma anche pilastro per il benessere sociale ed economico, con la Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) come strumento sempre più centrale. Dal 2023 i cicli di PMA in Italia hanno superato i 110.000 annui, con un progressivo incremento delle coppie trattate e dei bambini nati grazie a queste tecniche.
L’ingresso della PMA nei LEA con il DM Tariffe ha segnato il riconoscimento dell’infertilità come patologia presa in carico dal SSN. Tuttavia, persistono forti differenze regionali nell’accesso e nell’erogazione delle prestazioni, che generano disuguaglianze.
In questa prospettiva, la medicina della riproduzione non è solo risposta clinica all’infertilità, ma anche uno degli strumenti a supporto di un welfare più inclusivo, capace di accompagnare i percorsi di genitorialità. Il sostegno alla PMA e alla preservazione della fertilità va letto come parte di una strategia di salute riproduttiva orientata al benessere complessivo della coppia.
Diventa inoltre importante garantire che tutte le situazioni cliniche che compromettono la fertilità naturale consentano alla donna l’accesso a procedure di preservazione, e non soltanto le pazienti affette da patologie oncologiche.
Come si stanno muovendo le istituzioni
In un Paese segnato da invecchiamento e crollo delle nascite, le istituzioni si stanno muovendo con strumenti mirati, come il National Prevention Hub del Ministero della Salute, che prevede azioni su salute riproduttiva e prevenzione dell’infertilità, e la campagna di comunicazione ministeriale sulla riserva ovarica per le giovani donne, prevista dalla Legge di Bilancio 2025 ma non ancora avviata.
Anche il dibattito parlamentare ha dato nuova visibilità al tema con la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla Transizione Demografica, che analizza gli impatti economici e sociali dell’andamento demografico italiano, con particolare attenzione alle cause della denatalità.
Tra le necessità, dunque, occorre aggiornare la Legge 40/2004 in materia di PMA, adeguandola al contesto normativo e clinico vigente. Estendere nei LEA la preservazione della fertilità alle pazienti affette da patologie non oncologiche. Promuovere una maggiore sensibilizzazione delle coppie, degli specialisti e dei MMG, anche nel loro ruolo di primo counselor, per garantire informazioni più complete e favorire scelte consapevoli rispetto a terapie e percorsi disponibili.
