Negli ultimi anni, a livello nazionale, si è registrato un aumento fino al 35% dei disturbi del comportamento alimentare tra bambini e adolescenti. Con un progressivo abbassamento dell’età di esordio.
A porre l’attenzione su questo fenomeno sempre più diffuso è La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA).
Si fa presto a dire disturbi del comportamento alimentare. Ma…
Sono almeno quattro e hanno nomi e caratteristiche diverse. Non parliamo quindi solo di anoressia ma anche di altri disturbi come la bulimia nervosa, l’ARFID e il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder). Secondo dati americani, l’Anoressia Nervosa rappresenta circa il 60% delle forme di DNA in adolescenza. E sempre di più si presenta in concomitanza con altre condizioni psicopatologiche gravi. Ansia, depressione e disturbi dell’umore, disturbi ossessivi e autolesionismo spesso complicano il quadro clinico e richiedono percorsi terapeutici complessi.
I numeri in Italia
Anoressia e bulimia colpiscono l’8–10% delle ragazze e lo 0,5–1% dei ragazzi. Casi segnalati sempre più frequentemente tra gli 11-12 e i 15 anni e, a volte, anche prima, intorno agli 8-9 anni.
ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder)
Cresce l’attenzione per l’ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder), il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Il problema riguarda circa il 5 –14% dei bambini, più frequentemente i maschi. Si manifesta soprattutto in età scolare, tra i 6 e i 10 anni, anche se i primi segnali possono comparire in un periodo antecedente. Non si tratta di un disturbo legato all’immagine di sé, ma all’evitamento di specifici alimenti per caratteristiche sensoriali (aspetto, odore, consistenza o temperatura). E per la paura di soffocare o vomitare oppure una forte riduzione dell’interesse per il cibo.
L’ARFID, però, si distingue dall’alimentazione selettiva in cui il bambino si nutre solo di 5 o 6 alimenti, e può determinare deficit nutrizionali. Difficoltà di crescita e impatto sulla vita scolastica e sociale.
“I disturbi del comportamento alimentare non riguardano soltanto il rapporto con il cibo”, afferma Elisa Fazzi, Presidente SINPIA, “ma coinvolgono aspetti psicologici, emotivi e relazionali profondi che possono avere conseguenze molto gravi sulla salute fisica e mentale e sullo sviluppo. Soprattutto quando insorgono in età precoce. Per questo è fondamentale riconoscere tempestivamente i segnali di disagio e garantire una presa in carico precoce e multidisciplinare. Che coinvolga servizi specialistici, scuola e famiglie, per accompagnare i giovani e i loro genitori in un percorso di cura e di crescita”.
I campanelli d’allarme da non sottovalutare
Sono i cambiamenti improvvisi nelle abitudini alimentari, l’aumento eccessivo dell’attività fisica, la perdita o l’aumento significativo di peso. E, ancora, l’isolamento sociale e la forte preoccupazione per il proprio corpo.
“I disturbi del comportamento alimentare sono condizioni psichiatriche”, dichiara Maria Pia Riccio, Neuropsichiatra Infantile presso l’AOU Federico II di Napoli. “L’ambiente, inteso in senso ampio del termine (famiglia, società, media) rientra tra i fattori che possono concorrere al loro verificarsi. Ma non ne rappresentano “la” causa. Questo è un punto cruciale soprattutto in età evolutiva. L’età in cui la famiglia va, invece, messa al centro del percorso di presa in carico. Per il ruolo fondamentale sia in termini di cura e trattamento che per quanto concerne gli aspetti preventivi. Una sana e corretta alimentazione, una giusta educazione alimentare, un caring emotivo ed educativo, supportivo e adeguato, rappresentano alcuni dei punti su cui poter lavorare. In un’ottica di prevenzione con le famiglie, in un percorso che vada dallo svezzamento all’autonomia alimentare di ogni bambino. Le evidenze scientifiche sottolineano come i protocolli terapeutici basati sulla famiglia sono i più efficaci in termini di riuscita terapeutica anche in presenza di una diagnosi già conclamata”.
“Se in passato i disturbi dell’alimentazione erano spesso legati a un ideale di rinuncia e controllo che mortificava il corpo” sostiene Martina Mensi, Ricercatrice Università di Pavia e Responsabile Servizio clinico e di ricerca di Psicopatologia dello sviluppo, IRCCS F. Mondino, “oggi osserviamo sempre più frequentemente forme in cui il corpo diventa un oggetto da modellare e perfezionare. Non si tratta più solo di inseguire la magrezza, ma di aderire a standard estetici e performativi sempre più rigidi. Alimentati anche dalla pressione sociale e dai modelli dei social media. Il rischio è che bambini e adolescenti sentano di dover essere sempre forti, perfetti e vincenti, negando fragilità e bisogni importanti. Per questo è fondamentale intercettare precocemente i segnali di disagio. E promuovere una cultura che rimetta al centro il benessere della persona riducendo la pressione a dover essere ad ogni costo la versione migliore di sé”
Per maggiori informazioni: www.sinpia.eu
