Tumore prostata: qualità di vita e valutazione delle terapie

Ogni anno, in Italia, sono oltre 40.000 le nuove diagnosi di tumore della prostata. La sopravvivenza a 5 anni raggiunge il 91%.  In 10 anni gli uomini vivi dopo la diagnosi di tumore della prostata sono aumentati del 55%

I casi di tumore alla prostata erano 217.000 nel 2014, sono 485.000 nel 2024. E, nel 2026, per questa neoplasia si stima una riduzione della mortalità del 7,4%.

 

Progressi importanti

Dunque, oggi il tumore della prostata è una patologia caratterizzata da una sopravvivenza progressivamente più lunga, fino alla cronicizzazione. Grazie a terapie innovative e sempre più efficaci. Serve però più attenzione alla qualità di vita. Qualità che oggi è ancora presa in considerazione quando le principali scelte terapeutiche sono già state decise. La qualità di vita, invece, deve essere riconosciuta come criterio guida nella valutazione delle terapie innovative e nella progettazione dei percorsi di cura.

Tutto questo è stato evidenziato in un documento firmato dal gruppo di lavoro costituito da Orazio Caffo (Direttore Oncologia all’Ospedale Santa Chiara di Trento), Nicola Calvani (Oncologo Medico, Ospedale Perrino di Brindisi), Marco Maruzzo (Direttore dell’UOC Oncologia 3 dell’Istituto Oncologico Veneto di Padova), Giuseppe Procopio (Direttore del Programma Prostata ed Oncologia Medica Genitourinaria, IRCCS Fondazione Istituto Nazionale dei Tumori di Milano), Daniele Santini (Direttore UOC Oncologia Policlinico all’Umberto I e Professore all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”) ed Elisa Zanardi (Oncologa Medica, IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova). Il documento, realizzato con il contributo non condizionante di Bayer, fa parte del progetto di Fondazione AIOM sulla qualità di vita nel paziente con carcinoma della prostata.

La qualità di vita

“Le nuove terapie ormonali di generazione avanzata, i radiofarmaci, i PARP-inibitori e l’evoluzione delle sequenze terapeutiche hanno trasformato il percorso di cura in un modello di gestione prolungata della malattia”, spiegano gli esperti nel documento. “In questo scenario, la qualità di vita non può più essere considerata un obiettivo accessorio. Pur essendo riconosciuta come centrale, non è ancora pienamente integrata nei processi decisionali. Nei modelli organizzativi e nei criteri di valutazione dell’innovazione terapeutica”.

“Persistono inoltre differenze significative tra la qualità di vita misurata negli studi clinici e quella percepita nella pratica reale”, sottolineano gli specialisti.Gli strumenti di misurazione dei Patient-Reported Outcomes, cioè gli esiti di salute valutati direttamente dal paziente e basati sulla sua percezione della malattia e del trattamento, sono disponibili e validati. Ma il loro utilizzo nella pratica reale è disomogeneo e presenta limiti applicativi. Soprattutto nelle popolazioni anziane e fragili, una quota rilevante dei pazienti con carcinoma della prostata”.

“La raccolta e la pubblicazione dei dati di qualità di vita negli studi clinici non sono sempre tempestive. E la trasferibilità nel contesto reale risulta spesso limitata. A questo si aggiunge una discrepanza tra la percezione del clinico e quella del paziente. Il valore attribuito a un beneficio di sopravvivenza o, al contrario, il peso di una tossicità cronica di basso grado ma persistente varia in funzione dell’età, delle aspettative individuali, del contesto sociale. Ne deriva la necessità di integrare in modo strutturato il punto di vista del paziente nelle decisioni terapeutiche”.

“Incidono inoltre sulla qualità di vita fattori spesso sottovalutati”, continuano gli esperti nel documento. “Come la polifarmacoterapia e le interazioni farmacologiche, che richiedono maggiore attenzione alla riconciliazione terapeutica. La tossicità finanziaria legata ai costi diretti e indiretti delle cure e il carico psicologico associato al follow-up. Anche i bisogni psicologici, riabilitativi, informativi e sociali risultano ancora sottostimati. Le terapie, in particolare la deprivazione androgenica, possono avere effetti rilevanti su umore, immagine corporea, sonno e vita relazionale. I servizi di supporto psiconcologico e di riabilitazione non sono ancora adeguatamente diffusi rispetto ai bisogni reali”.

I vantaggi di una gestione multidisciplinare

“Il lavoro integrato tra oncologo, urologo, radioterapista e altri specialisti consente una scelta terapeutica più appropriata. E una gestione più precoce e coordinata delle tossicità, con effetti diretti sulla continuità delle cure e sulla qualità di vita”, affermano gli esperti del panel. “Tuttavia, la multidisciplinarietà efficace richiede modelli organizzativi strutturati, team realmente dedicati e percorsi formalizzati. Le Prostate Cancer Unit e i PDTA rappresentano modelli promettenti. Ma la loro applicazione è ancora disomogenea e spesso non accompagnata da standard condivisi di comunicazione e presa in carico globale”.

I criteri di valutazione e rimborso dell’innovazione dovrebbero includere in modo esplicito gli esiti di qualità di vita”, concludono gli esperti nel documento. “Per questo, è necessario integrare in modo sistematico la misurazione dei Patient-Reported Outcomes nella pratica clinica. adattando gli strumenti ai contesti reali e alle popolazioni anziane, e garantire report più tempestivi dei dati di qualità di vita negli studi clinici. Occorre rafforzare i modelli multidisciplinari strutturati, sostenere le Prostate Cancer Unit e rendere i PDTA strumenti comunicativi, oltre che clinici. Deve essere promosso il modello di decisione condivisa, valorizzando le preferenze individuali e personalizzando intensità e durata dei trattamenti, includendo, quando appropriato, strategie di de-intensificazione. È inoltre prioritario potenziare i servizi di supporto psicologico e sociale”.

 

 

 

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