Combattere l’osteoporosi è possibile. E, da oggi, abbiamo a disposizione un’arma nuova ed efficace. Il suo nome è Abaloparatide, la nuova terapia anabolica di Theramex per le donne in post-menopausa ad aumentato rischio di fratture. Il farmaco ha ottenuto la rimborsabilità da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) a febbraio 2025. Abaloparatide non si limita a rallentare la perdita di densità ossea, ma attiva la formazione di nuovo tessuto osseo. I benefici clinici sono significativi. Secondo lo studio ACTIVE, pubblicato su JAMA, questa nuova terapia riduce dell’88% il rischio di fratture vertebrali rispetto a placebo. Per quanto riguarda le fratture osteoporotiche maggiori (polso, femore, spalla e colonna vertebrale) la riduzione è del 69%.
Lo studio registrativo di fase 3
Lo studio ACTIVE (Abaloparatide Comparator Trial In Vertebral Endpoints) dimostra l’efficacia e la sicurezza di abaloparatide rispetto a placebo. E, ancora, di teriparatide nella prevenzione delle fratture in donne in post-menopausa con osteoporosi. Terapia di prima scelta, promuove l’osteogenesi sulle superfici dell’osso trabecolare e di quello corticale tramite stimolazione dell’attività osteoblastica. Comporta, infatti, un rapido aumento della densità minerale ossea nei diversi siti dello scheletro.
Come si usa il nuovo farmaco
Abaloparatide è una soluzione iniettabile sottocute in penna preriempita. Senza necessità di refrigerazione dopo il primo utilizzo, per 30 giorni. La soluzione deve essere iniettata nella parte bassa dell’addome. Approssimativamente alla stessa ora ogni giorno nella dose giornaliera raccomandata di 80 microgrammi. La durata massima totale del trattamento deve essere di 18 mesi. Dopo la conclusione della terapia, le pazienti possono proseguire con altri trattamenti per l’osteoporosi.
“Abaloparatide rappresenta una novità importante nel trattamento dell’osteoporosi post- menopausale”, afferma Maurizio Rossini, professore ordinario di Reumatologia all’Università di Verona, direttore dell’unità operativa complessa di Reumatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona e Consigliere della Società Italiana di Reumatologia (SIR). “Agisce in modo selettivo stimolando la formazione di nuovo tessuto osseo, contribuendo a ridurre significativamente il rischio di fratture. In particolare, questo farmaco si rivela molto efficace nell’aumento della densità minerale ossea dell’osso corticale, presente in distretti come il femore. Per noi specialisti è uno strumento in più per intervenire in modo precoce ed efficace. Soprattutto nelle pazienti ad alto rischio, aiutandole a ridurre la fragilità e il rischio di disabilità e a mantenere una buona qualità di vita”.
Quando l’osteoporosi è donna
In Italia, sono circa 5 milioni le persone con osteoporosi. L’80% è costituito da donne in post-menopausa. Una delle conseguenze dell’osteoporosi è la frattura da fragilità. Attualmente, l’International Osteoporosis Foundation (IOF) prevede un aumento di queste fratture nel nostro Paese del 22,4% entro il 2030. Complice il progressivo invecchiamento della popolazione.
Osteoporosi, una patologia sottostimata
Oltre 7 donne su 10 ad alto rischio di frattura non ricevono alcun trattamento. L’osteoporosi è, quindi, ancora una patologia sottostimata e sottotrattata. In Italia, solo nel 2019, si sono verificate 568.000 nuove fratture da fragilità. Tutto questo ha comportato un costo di 9,4 miliardi di euro, pari al 6% della spesa sanitaria totale. Dopo una frattura da fragilità, il rischio di una nuova frattura nello stesso anno è 5 volte superiore. La disabilità dovuta all’osteoporosi è maggiore rispetto a tutti i tumori (eccetto il cancro ai polmoni). Il rischio di mortalità è superiore del 10-20% entro un anno dalla frattura del femore. Inoltre, il 95% delle fratture del femore e il 39% di quelle vertebrali richiedono il ricovero in ospedale. Così, le ore di assistenza ai familiari per fratture del femore per 1000 individui nel nostro Paese (370 ore) superano quelle di Francia, Svezia, UK e Spagna.
Osteoporosi: malattia cronica
“L’osteoporosi è una malattia silenziosa ma profondamente invalidante. Accompagna le donne per molti anni dopo la menopausa”, afferma Ferdinando Silveri, vicepresidente del comitato scientifico FEDIOS, Federazione Italiana Osteoporosi e malattie dello Scheletro. “Come FEDIOS, pensiamo sia fondamentale riconoscerne la natura cronica. Garantire percorsi terapeutici continui, personalizzati e sequenziali. Accogliamo quindi con grande favore l’arrivo di nuove opzioni di trattamento che possano supportare le pazienti nelle diverse fasi della malattia”.
“L’osteoporosi post-menopausale impatta profondamente sulla qualità di vita delle pazienti. Limita i movimenti, riduce l’autonomia e alimenta la paura costante delle fratture”, conferma Bruno Frediani, direttore del dipartimento di Scienze Mediche Chirurgiche e Neuroscienze dell’Università di Siena, professore ordinario di Reumatologia e presidente della SIOMMMS, Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro. “Per questo, ogni innovazione terapeutica è un passo avanti importante. Soluzioni più mirate e capaci di stimolare attivamente la formazione di nuovo osso, aprono nuove prospettive per molte donne con osteoporosi. È fondamentale che queste opzioni siano condivise in un dialogo costante tra medico e paziente. Così da costruire percorsi di cura personalizzati, efficaci e sostenibili nel tempo”.
