ARTRITE REUMATOIDE: LA MALATTIA CHE TI LEVA LE MANI

Ne soffrono, solo in Italia, 400mila persone. Di queste, il 75% è donna. L’artrite reumatoide (AR) è una patologia invalidante che intacca la capacità lavorativa nel giro di 5 anni dall’insorgenza della malattia, con un calo del 33% già dal primo anno, fino ad arrivare a una perdita del 50% in 10 anni; 39 giorni lavorativi persi in media in un anno da ogni paziente e circa 11mila euro l’anno la perdita stimata in media per paziente dovuta a ritardi al lavoro, permessi e assenze. Questi alcuni dei dati presentati al convegno ‘Artrite Reumatoide: migliorare le aspettative, insieme è possibile’ che ha avuto come obiettivo quello di mettere a fuoco le azioni e gli strumenti per migliorare la vita dei pazienti e le ricadute di una patologia invalidante sul sistema paese.

“È fondamentale un percorso diagnostico terapeutico per il malato reumatico, che abbia 3 principi fondamentali: diagnosi precoce e tempestiva, presa in carico e cure adeguate e mirate con l’obiettivo di un miglioramento della qualità della vita”, afferma la Presidente di ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici), Silvia Tonolo. “Nove pazienti su 10 affermano che l’AR è impattante negativamente sulla propria vita, 5 su 10 ritengono di sentirsi esclusi dalla società. Negli ultimi anni l’introduzione di nuovi farmaci ha cambiato in meglio la qualità di vita dei pazienti, con ricadute positive anche sui costi indiretti, legati al danno permanente.”

Nonostante ciò, dei 99 milioni spesi tra il 2009 e il 2012 per la previdenza sociale dei malati di Artrite, il 54% è stato versato per pensioni di invalidità. Sintomi come fatica e dolore continuano a essere i maggiori ostacoli dei pazienti sul luogo di lavoro, anche se la malattia impatta praticamente in tutte le attività quotidiane, a partire dalle cure personali. Sino a pochi anni fa tra il 32 e il 50% dei pazienti perdeva il lavoro entro dieci anni dalla diagnosi. Le terapie più recenti disponibili sono invece in grado di migliorare la capacità lavorativa, di diminuire il dolore e raggiungere l’obiettivo della remissione.

La soluzione sta nei farmaci biotecnologici – “Da circa 20 anni i malati reumatici e i reumatologi stanno vivendo un momento eccezionale e pieno di speranze anche per il futuro”, sottolinea il Professor Mauro Galeazzi Docente di Reumatologia all’Università di Siena. “Dopo 100 anni di terapie, per lo più chieste in prestito da altre discipline, quasi sempre inefficaci e spesso pericolose per la salute, sono arrivati i farmaci biotecnologici che hanno cambiato non solo la storia naturale della artrite reumatoide. Infatti, diagnosi precoce, terapia tempestiva e misurata sul paziente con obiettivo la remissione, prevenzione della disabilità e quindi della cronicità nella invalidità, sono obiettivi raggiungibili nell’AR e in tutte le malattie croniche infiammatorie. Purtroppo L’Italia è ancora terzultima in Europa nella prescrizione di farmaci biologici, seconda soltanto a Grecia e Portogallo”. Infatti, per raggiungere questi obiettivi c’è bisogno di organizzazione e, in questo senso, la rete territoriale assistenziale integrata, che mette funzionalmente insieme strutture di primo, secondo e terzo livello, e i PDTA rappresentano gli strumenti più idonei.

“Ove questo tipo di organizzazione sia stato attuato, il consultivo dell’utilizzo dei farmaci biotecnologici è stato straordinario sia sul piano dei risultati clinici che su quello del risparmio economico”, prosegue il Professor Galeazzi. “Risultati che sono ben descritti in letteratura: remissioni sempre più numerose e durature nel tempo della malattia, impedimento della comparsa del danno articolare o blocco della sua progressione, riduzione della disabilità e della cronica invalidità, abbattimento dei costi indiretti legati alla disabilità, riduzione del numero e durata dei ricoveri, miglioramento della qualità della vita con riduzione del numero delle giornate lavorative perse. A questo si aggiungono il più frequente recupero dell’attività lavorativa per riacquisizione dell’abilità a compiere il lavoro (work ability), la riduzione degli interventi di protesi e la riduzione della mortalità sia generale che per problematiche cardiovascolari”.

“Una corretta gestione della patologia cronica necessita di una strategia a lungo termine: una risposta potrebbe essere data da un fondo ad hoc, che supporti il Piano Nazionale Cronicità e che si autofinanzi grazie ai risparmi, derivanti inevitabilmente da cure più puntuali,che di fatto possono rallentare la progressione della malattia evitando spese aggiuntive. Diagnosi precoce e una terapia efficace sono da considerare un vero e proprio investimento sociale ed economico, in quanto consentono a cittadini, altrimenti destinati ad una rapida inabilità, di continuare a essere produttivi sia socialmente, che nel mondo del lavoro”, conclude Silvia Tonolo.

 

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