Trombosi venosa: non sottovalutare i sintomi e intervenire tempestivamente

Il tromboembolismo venoso (TEV) è la terza più diffusa malattia cardiovascolare a livello mondiale dopo la cardiopatia ischemica e l’ictus.

La trombosi è la formazione di un coagulo di sangue all’interno di un vaso, in grado di bloccare tutto o in parte una vena (trombosi venosa) o arteria (trombosi arteriosa). Quando un trombo, sviluppatosi in qualsiasi vaso periferico va incontro a frammentazione, il frammento trombotico che ne deriva (embolo) si muove all’interno del circolo sanguigno potendo così arrivare anche al polmone. Questa condizione, chiamata embolia polmonare (EP), è un evento molto grave che può condurre rapidamente alla morte.
Nel mondo occidentale, una persona ogni 37 secondi muore a causa di trombi che ostruiscono il flusso di sangue nelle vene profonde o nei polmoni (ovvero più di 843.000 morti ogni anno). In Europa l’incidenza stimata di TVP è di circa 700.000 persone ogni anno, mentre per quanto riguarda l’Embolia Polmonare è di circa 400.000 ogni anno.
Per questo motivo è molto importante prestare attenzione ai sintomi.

I sintomi di TVP comprendono: dolore, gonfiore, arrossamento della zona colpita e dilatazione delle vene superficiali. La pelle può anche essere calda al tatto.

I sintomi di EP sono caratterizzati da mancanza acuta di respiro, dolore al petto e una rapida frequenza cardiaca.
Il tromboembolismo arterioso si verifica quando il flusso di sangue ossigenato, che dal cuore arriva ad un’altra parte del corpo attraverso un’arteria, viene interrotto da un coagulo di sangue. Se ciò si verifica in un vaso che fornisce sangue al cervello, può determinare un ictus. Se si verifica in un’arteria coronaria, può portare alla sindrome coronarica acuta (ACS), una complicanza che può generare un infarto del miocardio o un’angina instabile.
La trombosi venosa e arteriosa richiedono un trattamento attivo e preventivo, per evitare esiti potenzialmente gravi o fatali per i pazienti.
La popolazione ad alto rischio di tromboembolia venosa riguarda i pazienti sottoposti a chirurgia ortopedica per la sostituzione protesica dell’anca o del ginocchio oppure pazienti oncologici, trombofilici, soggetti a lunghi periodi di immobilità o sottoposti a varie tipologie di interventi chirurgici.
Altre cause predisponenti sono l’età avanzata, l’obesità, un caso precedente di TEV e l’insufficienza venosa.

 

L’approvazione di rivaroxaban per le indicazioni di trattamento della trombosi venosa profonda (TVP) ed embolia polmonare e prevenzione delle recidive si basa sui risultati di un  programma di studi in quest’ambito (PROGRAMMA EINSTEIN) che ha dimostrato l’efficacia e la sicurezza di Rivaroxaban in tutte le fasi di trattamento del tromboembolismo venoso: dal trattamento acuto e continuato fino ad un anno, alla prevenzione secondaria a lungo termine con la fase estesa di ulteriori 12 mesi.

I primi due studi  hanno dimostrato la non inferiorità di Rivaroxaban rispetto al trattamento standard (eparina seguita da AVK) in termini di riduzione del rischio di eventi trombotici, a fronte di un buon profilo di sicurezza, soprattutto in termini di riduzione di sanguinamenti maggiori.
Per la prevenzione secondaria a lungo termine, Rivaroxaban ha dimostrato di essere più efficace del placebo nel ridurre l’incidenza di eventi trombotici, mantenendo molto basso il rischio di sanguinamento.
Anche confrontandosi con un farmaco attivo (aspirina) con lo studio Einstein Choice, si è confermata l’efficacia e la sicurezza di un trattamento anticoagulante a lungo termine (fino a due anni).

“In pazienti con tromboembolismo venoso la terapia anticoagulante è raccomandata per tre mesi e oltre, in base al rapporto fra rischio di recidiva e rischio di emorragia del singolo paziente – aggiunge il Dottor Davide Imberti, Direttore della Unità Operativa di Medicina Interna e del Centro Emostasi e Trombosi dell’Ospedale di Piacenza -. In soggetti con TEV il pericolo di recidiva aumenta fino al 10% nel primo anno, se la terapia anticoagulante viene interrotta dopo 3, 6 o 12 mesi. I medici, dunque, devono valutare attentamente se protrarre la terapia anticoagulante per periodi più lunghi, data l’incertezza del rapporto rischio-beneficio in un determinato paziente. I risultati dello Studio EINSTEIN CHOICE hanno confermato la promessa contenuta nel nome dello studio stesso: oltre a rivaroxaban 20 mg una volta al giorno,  con il dosaggio da 10 mg in monosomministrazione giornaliera si ha a disposizione un’ulteriore scelta terapeutica contro le recidive di TEV. Questa flessibilità di decidere a seconda dei casi, il dosaggio di rivaroxaban più appropriato, consentirà un approccio più preciso nella scelta della terapia prolungata, sulla base delle valutazioni del singolo paziente”.

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