Salute della donna: arriva “l’alleanza virtuosa” per l’empowerment femminile

Salute femminile e parità di genere – insieme a sostenibilità e cronicità – sono le grandi sfide  della salute globale, al centro delle agende politico-istituzionali e in Italia  del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Dalla salute delle donne a quella delle loro famiglie e delle comunità, la sfida della sostenibilità passa attraverso la gestione delle malattie croniche non trasmissibili, tra cui tumori, patologie cardiovascolari e osteoarticolari, che in Italia colpiscono oltre 24 milioni di persone.

Le donne come sempre sono grandi protagoniste anche in questo difficile momento. E il tema della parità di genere – attraverso l’incremento dell’occupazione femminile, l’eliminazione del divario retributivo e il potenziamento dell’assistenza sanitaria di prossimità per le donne e le loro famiglie – è al centro delle più importanti agende politico-istituzionali, dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite fino alle “priorità trasversali” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) messo a punto dal Governo italiano.

Secondo una ricerca condotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, un’adeguata gestione della salute delle donne potrebbe contribuire con 12 trilioni di dollari al PIL globale nel 2040. Ogni dollaro speso in interventi per la salute riproduttiva, materna, neonatale e infantile, può generare 20 dollari in benefici economici.

Su queste priorità è impegnata anche Organon, prima azienda a livello globale a mettere al centro la salute femminile in ogni fase della vita – contraccezione, fertilità, menopausa – che promuove un’alleanza virtuosa per accelerare l’empowerment delle donne e superare ritardi e ostacoli in tema di salute riproduttiva: dall’accesso alla contraccezione, oggi limitato al 16% delle donne fertili, al crollo della natalità, alla corretta gestione della menopausa per contrastarne i sintomi. «La nostra aspirazione è quella di essere, qui e ora, per la Salute di ogni Donna, in ogni fase della sua vita, della sua famiglia e della comunità cui appartiene – afferma Alper Alptekin, Presidente e Amministratore Delegato di Organon Italiale priorità cardine delle agende politico-istituzionali sono le nostre stesse priorità: siamo pronti a lavorare insieme alle Istituzioni in un modello virtuoso di partnership pubblico-privata, offrendo soluzioni terapeutiche e servizi innovativi per l’empowerment femminile in materia di salute riproduttiva, ascoltando al tempo stesso e cercando di rispondere ai più pressanti bisogni di salute che ancora oggi interessano tante donne in Italia e nel mondo».  

La necessità di accelerare gli interventi per la tutela della salute delle donne nasce anche dai danni lasciati sul terreno dalla pandemia e dai ritardi accumulati in conseguenza del Covid-19.

Oltre all’impatto diretto sull’occupazione femminile (secondo i dati ISTAT, in Italia su 101.000 occupati in meno, 99.000 sono donne), la ridotta capacità operativa delle strutture deputate (Consultori, Unità ginecologiche pubbliche) ha determinato una drastica contrazione dei servizi di tutela e cura della salute della donna: -54% di esami ginecologici, -34% nuovi trattamenti, circa 130.000 cicli contraccettivi in meno e un incremento medio di 45 giorni di attesa per una visita ginecologica.

Conferma Giovanni Scambia – Direzione Scientifica Fondazione Gemelli, Precedente Presidenza SIGO, Presidente European Society for Gynaecological Endoscopy : «Oltre all’impatto diretto del Covid-19 sulla popolazione femminile, meno colpita rispetto agli uomini ma con numeri comunque rilevanti, la pandemia ha ostacolato o rallentato la diagnosi e cura di molte patologie che colpiscono le donne: la riduzione dei pazienti non Covid presi in carico nel circuito del SSN ha comportato la riduzione di controlli, screening e check-up e il rinvio o l’annullamento di molti interventi chirurgici».

Rispondere ai bisogni e alle necessità che impattano sulla vita quotidiana delle donne significa incidere positivamente anche sulle famiglie, dal momento che – secondo alcune stime – le donne guidano nell’80% dei casi le decisioni sulla salute familiare. Ma in Italia sono tanti gli ostacoli  che rallentano la promozione della salute delle donne e la piena valorizzazione del contributo femminile alla società.

La carenza di informazioni sulle possibili scelte contraccettive e la quasi totale assenza di programmi educazionali sull’argomento limita l’accesso alla contraccezione, circoscritto ad appena il 16% delle donne in età fertile, relegando l’Italia al 26° posto in Europa per accesso ed informazione alla contraccezione (Atlante europeo della contraccezione, European Parliamentary Forum 2021). «I ragazzi e le ragazze arrivano all’inizio della vita sessuale e riproduttiva con una preparazione totalmente inadeguata sia sotto il profilo dell’anatomia, della biologia del corpo e dell’apparato genitale, sia sotto il profilo emotivo – commenta Franca Fruzzetti, Presidente Società Italiana Contraccezione SIC- Le donne in Italia conoscono poco la contraccezione ormonale e la utilizzano poco (solo il 16% delle donne in età fertile vi fa ricorso). In questi mesi, i riflettori sono stati accesi sugli effetti tromboembolici associati all’utilizzo di contraccettivi a seguito della vaccinazione anti-Covid-19. Ma non vi sono evidenze sul ruolo dell’estroprogestinico e di tutte le terapie ormonali nell’insorgenza di un evento tromboembolico». 

Lo scarso ricorso ai metodi contraccettivi è l’altra faccia del percorso ad ostacoli verso un’adeguata pianificazione familiare, che penalizza le donne nelle loro scelte di vita: l’emergenza Covid ha peggiorato lo scenario della natalità in Italia, dove gli ultimi dati ISTAT mostrano, per il 2021, un calo del 3,8% delle nascite rispetto al 2020, nuovo minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia. «L’emergenza Covid ha peggiorato lo scenario della natalità in Italia, dove nel 2020 si è registrato il record negativo di nascite – dice Andrea Borini, Past President Società Italiana di Fertilità e Sterilità-Medicina della Riproduzione SIFES-MR- A fronte di una fecondità reale in costante calo da almeno 10 anni, tuttavia, l’Istat rileva che gli italiani continuano a desiderare di avere due figli, in tutto il Paese in modo omogeneo e marcato. È evidente, dunque, uno scarto tra quanto si desidera e quanto si riesce a realizzare».

Un calo determinato non solo dalla pandemia, che ha provocato il completo lockdown dei Centri di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) per oltre 5 mesi con un impatto di -1500 nuovi nati con queste tecniche, ma anche dal ricorso tardivo delle coppie a tali Centri a causa dei crescenti problemi di fertilità; che in Italia oggi interessano circa il 20% delle coppie (1 su 5), rispetto al 10% di circa 20 anni fa.  Le cifre rivelano che un terzo dei trattamenti di PMA è eseguito in coppie in cui la donna ha più di 40 anni, con ricadute negative sul tasso di natalità. Riguardo all’accesso alla PMA, esistono forti disomogeneità a livello regionale, con una diversa distribuzione dei Centri pubblici e privati convenzionati dal Nord al Sud, lunghe liste di attesa, ostacoli burocratici e la mancata definizione di un tariffario nomenclatore all’interno dei LEA per queste prestazioni.

«Nel 1965 in media le donne italiane arrivavano al primo parto a 23 anni, nel 2015 l’età media era di 32,3 anni – aggiunge Filippo Maria Ubaldi Presidente Società Italiana di Fertilità e Sterilità-Medicina della Riproduzione SIFES – Nel 2017 oltre il 70% delle donne che si sono sottoposte a un trattamento di fecondazione assistita era over 35. Le possibilità di ottenere, anche in vitro, embrioni evolutivi si riducono significativamente soprattutto dopo i 40 anni e le chance che gli embrioni ottenuti siano cromosomicamente normali si riducono già dopo i 35 anni».embrioni,

Aggiunge Luca Mencaglia, Presidente Fondazione PMA«Circa il 20% di tutte le coppie giovani ha problemi di fertilità con un tasso di denatalità molto alto: chiuderemo il 2021 con meno 40.000 bambini nati rispetto all’anno precedente, e una percentuale di bambini che nascono attraverso le tecniche di procreazione assistita vicina al 6% di tutti i nati. Riguardo all’accesso alla PMA esistono forti disomogeneità a livello regionale. La migrazione legata alla PMA può essere superata solo attraverso l’introduzione della Procreazione Medicalmente Assistita nei Lea nazionali».

Ma i ritardi culturali pesano anche nell’adeguamento dei comportamenti di prevenzione in considerazione dell’aumento dell’aspettativa di vita che per le donne è di 84-85 anni: una donna trascorre in menopausa circa 30 anni, ma solo il 7% delle italiane ricorre alla terapia ormonale sostitutiva per trattare i sintomi della menopausa, in particolare quelli di tipo neurovegetativo (come vampate, disturbi del sonno, sudorazione notturna, ecc) e prevenire le complicanze cardiovascolari sul lungo periodo, oltre che beneficiare di una migliore qualità di vita. «La transizione tra la vita fertile e la menopausa dura in media 4-5 anni ma in molte donne i sintomi che accompagnano questa fase possono durare anche più a lungo – spiega Angelo Cagnacci, Presidente Società Italiana di Menopausa SIM – Gli strumenti per aiutare la donna ad affrontare al meglio questo lungo periodo ci sono e di diverso tipo, ma la terapia ideale è un basso dosaggio di terapia ormonale sostitutiva per un ragionevole numero di anni, almeno 5 riducendo gradualmente il dosaggio e valutando annualmente la donna».

«La carenza di estrogeni comporta sintomi come la secchezza vaginale, disturbi del tono dell’umore, il rischio di sviluppare un’osteoporosi o malattie cardiovascolari – puntualizza Stefano Lello, Segretario Società Italiana Ginecologia Terza Età SIGITE- La terapia ormonale sostitutiva, la cosiddetta TOS, risponde negli ultimi anni, ha offerto formulazioni sempre più “leggere”, efficaci e, soprattutto, sicure. Per chi non può fare o non vuole la TOS, esistono terapie non ormonali che, pur non avendo un’efficacia paragonabile alla TOS, possono aiutare le donne in menopausa che hanno disturbi».

Altro tema importante è quello delle malattie croniche: in Italia sono 24 milioni i pazienti con malattie croniche non trasmissibili, tra cui tumori, patologie cardiovascolari e osteoarticolari, che assorbono circa l’80% del Fondo Sanitario Nazionale. Le malattie croniche non trasmissibili sono responsabili del 93,3% dei decessi e del 90,2% dei DALY (Disability-adjusted life year: valore che esprime il numero di anni persi a causa della malattia). L’emergenza di Covid-19, impattando fortemente sull’organizzazione del Sistema Sanitario Nazionale, ha minato la continuità terapeutica nella gestione territoriale delle malattie croniche. Al tema della cronicità si associa quello della sostenibilità e della gestione dei tumori per garantire elevata qualità delle cure a tutti i pazienti che ne hanno bisogno e ridurre gli oneri finanziari a carico della sanità pubblica.

Per quanto riguarda le malattie oncologiche occorre una rete di informazione  adeguata, come sottolinea Saverio Cinieri – Presidente Eletto Associazione Italiana di Oncologia Medica – AIOM: «Il peso sociale dei tumori femminili è molto elevato: decine di migliaia di donne si ammalano ogni anno di tumore della mammella, dell’utero e dell’ovaio e quando si ammala una figlia, una madre, una moglie di cancro è come se si ammalasse l’intera famiglia. Per cui i numeri, in termine di peso sociale, triplicano. Per questo è importante informare le donne, fare prevenzione e aumentare la consapevolezza e la conoscenza nell’opinione pubblica di questi tumori».

Ma non solo. «L’influenza del sesso e del genere sulla patogenesi delle malattie neoplastiche viene sempre più considerata: dalle differenze negli stili di vita a quelle nell’incidenza e mortalità delle varie malattie oncologiche e nella risposta alle terapie e nelle reazioni avverse ai farmaci, fino alle problematiche relazionali, psicologiche, sociali differenti tra uomini e donne colpiti da tumore» conclude Stefania Gori – Presidente Fondazione AIOM, Presidente Rete Oncologica Pazienti Italia – ROPI

Riguardo alle terapie biologiche, che hanno rivoluzionato il trattamento di moltissime malattie, «i brevetti e l’esclusività per un certo numero di prodotti biologici sono in scadenza – avverte Romano Danesi – Professore ordinario di Farmacologia, Università di Pisa – Ciò ha creato l’opportunità per lo sviluppo e l’approvazione di biosimilari, prodotti biologici sviluppati utilizzando un approccio graduale per ottenere un farmaco che non dimostri differenze clinicamente significative in termini di qualità, efficacia, sicurezza e immunogenicità rispetto al biologico di riferimento».

«I biosimilari danno le stesse garanzie dei farmaci originatori senza la necessità di dover corrispondere il prezzo che serve a recuperare lo sviluppo di un nuovo farmaco – aggiunge Paolo Marchetti, Direttore Dipartimento di Oncologia, Ospedale Sant’Andrea, Roma–  Il risparmio può essere utilizzato per investire in nuovi farmaci, in nuove terapie e nell’anticipare l’accesso dei pazienti a farmaci che consentono trattamenti innovativi».

Su questi fronti Organon si candida a lavorare in partnership con le Istituzioni, grazie a un portfolio che abbraccia un concetto ampio di salute e che ai farmaci per la salute femminile affianca soluzioni terapeutiche sostenibili e di consolidata efficacia nella gestione delle patologie croniche a più alto impatto sociale – ipertensione, ipercolesterolemia, osteoporosi, osteoartrosi, asma, emicrania e dermatiti – e prodotti biosimilari in ambito oncologico per garantire l’accesso alle cure e alle terapie salvavita a tutti i pazienti che ne hanno bisogno. E promuove attivamente la parità di genere con una forte presenza ‘al femminile’ al suo interno, sia a livello globale che in Italia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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