Psoriasi: curarla si deve, si può. Per la forma a placche arriva un nuovo anticorpo monoclonale

15 milioni nel mondo, 2 milioni in Italia. Sono  le stime dell’ International Federation of Psoriasis Associations sulla psoriasi, malattia infiammatoria, cronica, non contagiosa della pelle.

Placche biancastre desquamate di varie dimensioni ben evidenti sulla superficie  della pelle. In particolare, su gomiti, ginocchia, schiena, zona lombare e cuoio capelluto con secchezza della cute, arrossamento, prurito, eritema, dolore articolare, sensazione di bruciore e sanguinamento. Queste le caratteristiche della psoriasi, che provocano nei malati un profondo disagio. Uomini e donne, di ogni età. Perchè la psoriasi è “democratica”.

La psoriasi può, infatti, avere conseguenze rilevanti non solo fisiche, ma anche personali, sociali e di relazione, alterando pesantemente la qualità di vita, con conseguenze molto negative, che possono diventare anche invalidanti.

Alla base della malattia c’è un disturbo immunologico, con tendenza all’infiammazione cronica, che determina l’accumulo abnorme di strati cellulari. È una patologia multifattoriale. Non è, quindi, possibile determinare con certezza un’unica causa, anche se, nella maggior parte dei casi la componente genetica e lo stress giocano un ruolo importantissimo, oltre ad obesità e tabagismo.

Per fare il punto sulla malattia, a Milano si è riunito un panel di esperti,  che hanno discusso sugli standard di trattamento e sulle prospettive della ricerca scientifica, perchè oggi, come hanno sottolineato in toto, la psoriasi si può e si deve curare. 

“La psoriasi è semplicemente una malattia della pelle- puntualizza Lorenzo Mantovani, Direttore del Centro Dipartimentale di Studio sulla Sanità Pubblica, Università degli Studi di Milano Bicocca –  Ma si tratta di un’affezione a interessamento sistemico, associata a molte altre patologie, prima fra tutte l’artrite psoriasica, che interessa fino al 30% dei malati, oltre a disturbi articolari, metabolici, cardiovascolari e intestinali.

La diagnosi è prevalentemente clinica e la gravità si misura in base all’estensione delle lesioni, al grado di eritema, desquamazione e infiltrazione, alla risposta alle terapie e al livello di disabilità sociale e psicologica che causa a chi ne è affetto.

” Proprio per questo viene considerato l’indice PASI (Psoriasis Area Severity Index) o la superficie corporea interessata (BSA – Body Surface Area) come indici di gravità clinica, mentre l’indice di qualità di vita come il DLQI (Dermatology Life Quality Index) dovrebbe essere impiegato in associazione con i due indici sopra citati – prosegue Mantovani-  Il PASI inoltre, serve anche a valutare l’efficacia dei farmaci sistemici. Ad esempio, il raggiungimento del PASI50 indica che c’è stato un miglioramento del 50% del PASI rispetto al valore iniziale”.

In pratica , per calcolare il PASI il corpo del paziente è suddiviso in quattro aree:

  • viso e cuoio capelluto;
  • tronco;
  • arti superiori;
  • arti inferiori.

Per ciascuna di queste aree il dermatologo assegna quattro punteggi relativi a:

  • estensione delle lesioni;
  • gravità dell’eritema (arrossamento);
  • gravità dell’infiltrazione (lesioni a spessore);
  • gravità della desquamazione.

Il punteggio finale si ottiene, applicando una formula che considera questi diversi aspetti nelle quattro aree di cute, il cui risultato consente di classificare la psoriasi come:

  • lieve (risultato minore o uguale a 10);
  • moderata (tra 11 e 19);
  • grave (20 o più).

Trattandosi di una patologia cronica, i trattamenti non portano ad una “guarigione”, ma a una remissione più o meno prolungata, a seconda dei farmaci utilizzati, nonostante le terapie oggi siano in grado in grado di migliorare, nella maggior parte dei casi, la malattia. Si tratta di trattamenti topici, sistemici orali tradizionali, terapie biologiche, fototerapia con raggi ultravioletti.

“Attualmente,  viene suggerita una valutazione del profilo del paziente e delle sue comorbidità, per effettuare la scelta terapeutica adeguata, che prevede nei casi di psoriasi a placche moderata-grave l’utilizzo della terapia sistemica. – precisa Giovanna Malava, Direttore UOC di Dermatologia presso l’Ospedale Metropolitano Bianchi Melacrino Morelli di Reggio Calabria – Tuttavia, anche se i farmaci più recenti forniscono tassi più elevati di efficacia rispetto a quelli di prima generazione, ad oggi, una quota significativa di pazienti non raggiunge ancora un punteggio PASI90, e meno del 50% raggiunge l’obiettivo di trattamento di una pelle completamente pulita (PASI100)”. 

Quei pazienti, poi, che inizialmente raggiungono una cute completamente pulita, spesso non sperimentano una risposta di lunga durata. L’andamento della malattia è, infatti, recidivante e le persone che ne soffrono devono seguire la terapia per un lungo periodo  e questa è una delle ragioni principali per l’interruzione del trattamento che, naturalmente,  può provocare un aumento nella prevalenza delle manifestazioni articolari, tipiche della artrite psoriasica che, se non adeguatamente trattata, può causare problemi permanenti a carico delle strutture articolari colpite, oltre che ad un maggiore rischio di diabete  e malattie cardiovascolari.

“Le terapie oggi disponibili, quindi, non consentono il raggiungimento simultaneo di  efficacia, rapidità e durata e molte persone che convivono con questa malattia, non raggiungendo in breve tempo i risultati attesi o vedendo un rapido peggioramento al termine del trattamento, vivono un senso di rassegnazione ai modesti risultati raggiunti”- sottolinea Stefano Piaserico, Responsabile UOC Dermatologia, Dipartimento di Medicina DIMED, Università di Padova .

Alla luce di queste considerazioni sono importanti  gli sforzi rivolti all’innovazione dei modelli di cura sostenuti dalla multinazionale biofarmaceutica UCB Pharma che hanno portato alla scoperta legata alle interleuchine IL17A e IL17F, molecole messaggere del sistema immunitario dell’organismo, che giocherebbero un ruolo chiave nella genesi della psoriasi. Studi che hanno portato alla nascita di bimekizumab, primo inibitore selettivo di IL-17A e IL-17F, approvato nell’agosto scorso nell’Unione Europea per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a grave negli adulti candidati alla terapia sistemica.

È stato dimostrato, infatti,  che elevati livelli di queste interleuchine contribuiscono allo sviluppo di malattie infiammatorie causate dal sistema immunitario, come la psoriasi a placche. Legandosi a queste interleuchine, bimekizumab, anticorpo monoclonale IgG1 umanizzato, impedisce loro di interagire con i rispettivi recettori sulla superficie dell’epidermide, riducendo l’infiammazione e alleviando i sintomi correlati alla psoriasi a placche. L’inibizione specifica di IL17A e IL17F, ha un notevole impatto sul controllo profondo e duraturo dell’infiammazione.

 

 

L’impatto che la psoriasi ha sulla qualità della vita delle persone non riceve attualmente l’attenzione adeguata nei provvedimenti di programmazione del nostro Sistema Sanitario Nazionale.E, in particolare, è necessario pensare all’introduzione di  Linee Guida nazionali, aggiornate con le più recenti novità dalla comunità scientifica, riconosciute dal Sistema Nazionale delle Linee Guida dell’ISS.

Un altro aggiornamento riguarda il Piano Nazionale delle Cronicità, che risale al 2016, in cui andrebbe inserita anche la psoriasi tra le patologie croniche da esso contemplate.

Avere un riconoscimento come patologia cronica, infatti, significa avviare un meccanismo virtuoso da parte delle Regioni nei confronti della diagnostica e delle strutture sanitarie in modo da aumentare il livello di accesso alle terapie più innovative. È, inoltre, decisivo per una presa in carico tempestiva e più strutturata, nella quale il paziente può essere seguito in tempi rapidi e con procedure più rigorose, promuovendo un approccio sanitario sempre più multidisciplinare.

“A questo proposito l’Associazione APIAFCO (Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza) ha recentemente messo a punto un documento chiamato “Carta delle priorità del malato psoriasico”  in cui vengono elencate le principali esigenze di chi soffre di questa patologia, iniziando dall’inserimento della psoriasi tra le patologie contemplate dal Piano nazionale delle Cronicità – spiega Valeria Corazza, Presidente APIAFCO, Associazione Psoriasi Italiani- senza dimenticare l’importanza di promuovere un approccio sanitario sempre più multidisciplinare, con un maggior coinvolgimento dei Medici di Medicina Generale per favorire una diagnosi precoce, così come l’urgenza di implementare i PDTA, ovvero i Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali. Senza dimentica il  diritto all’accesso alle terapie innovative per tutti i livelli di gravità, un maggior supporto per favorire l’aderenza alle terapie, che implica anche informazioni puntuali sulle terapie stesse (ed eventuali switch), un supporto psicologico per migliorare la convivenza con la patologia e un riconoscimento economico per i trattamenti coadiuvanti”.

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