Nasce “C come curabile”: una campagna digitale per fare informazione sull’Epatite C

L’emergenza Coronavirus ha fatto passare in secondo piano l’emergere del sommerso di infezioni da HCV (Hepatitis C virus): in Italia si stima che circa 250-300mila persone vivano con questa patologia senza saperlo. Durante gli ultimi mesi gli ospedali hanno registrato una battuta d’arresto in screening e trattamenti, un ritardo che, se non colmato, può mettere a rischio la vita di chi è colpito dall’infezione. 

Per far fronte alla situazione di nuova parziale emergenza, nasce una nuova campagna digitale sull’epatite C, con il patrocinio della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT), della Fondazione The Bridge, di Epac Onlus, dell’Associazione Italiana Studio del Fegato (AISF), di Plus Onlus e Fondazione Maraini: C come curabile (www.ccomecurabile.it). 

Grazie a un test di autovalutazione a risposta multipla gli utenti potranno calcolare il loro livello di rischio e ottenere indicazioni scientificamente corrette sulla necessità di eseguire il test diagnostico rivolgendosi al proprio medico. Uno strumento semplice e immediato per contribuire all’emergere del sommerso, obiettivo fondamentale per la lotta all’HCV, oggi patologia curabile grazie alle nuove terapie disponibili. 

Si stima che in Italia le persone inconsapevoli di avere l’epatite C, il cosiddetto sommerso, sia costituito da 250-300mila persone. Persone che sono entrate in contatto con il virus ma non lo sanno perché non hanno sintomi o non ne hanno in modo evidente a causa della natura della malattia” – sottolinea

L’epatite C è infatti una malattia silente: una volta entrati in contatto con il virus – trasmesso per via ematica – la malattia può non manifestarsi per lungo tempo ma progredire con conseguenze anche gravi fino a cirrosi e tumore del fegato. “Si tratta di persone che – spiega Massimo Andreoni, Direttore Scientifico della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali  – hanno vissuto o vivono situazioni a rischio come interventi chirurgici, trasfusioni o trapianti eseguiti nel passato quando ancora non era stato isolato il virus. Oppure l’uso di droghe per via endovenosa, tatuaggi o piercing eseguiti in condizioni non adeguate. Una fetta importante di persone è rappresentata anche dagli over 65 che hanno contratto l’infezione in passato in seguito a pratiche non sicure come l’utilizzo di materiale sanitario non monouso”. 

È fondamentale sensibilizzare sull’importanza di effettuare il test quando si pensa di essere stati esposti a fattori di rischio. Sono ancora troppe le persone che non seguono comportamenti responsabili, col risultato di avere una quota di sommerso nel nostro Paese molto ampia. Un vero e proprio paradosso se si pensa che si tratta di una patologia oggi curabile”- afferma Rosaria Iardino, Presidente della Fondazione The Bridge. 

La pandemia ha rallentato l’accesso ai centri dei pazienti per i trattamenti ma ha anche limitato la possibilità di eseguire test diagnostici per far emergere il sommerso curando chi è infetto e non sa di esserlo. La seconda ondata di Covid-19 rischia ora di peggiorare ancora di più la situazione – sottolinea il Prof. Alessio Aghemo, Presidente AISF. In questo contesto l’attenzione non può calare e iniziative di informazione e sensibilizzazione non possono che aiutare”. 

“La situazione sanitaria che stiamo vivendo ha messo in evidenza la necessità di modificare e possibilmente semplificare i percorsi di linkage to care al fine di garantire a tutti i pazienti l’accesso alle cure, ma anche alle visite e controlli necessari, pre e post terapia. A monte è però indispensabile continuare – anche in questo periodo – a informare e sensibilizzare sull’infezione e i suoi fattori di rischio. In questo senso la pandemia offre delle opportunità relative allo screening, ossia la possibilità di mettere a disposizione delle persone test congiunti Covid19-HCV: un’iniziativa che la nostra associazione è stata la prima a promuovere” aggiunge Ivan Gardini, Presidente EpaC Onlus

 

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