DIABETE: FACCIAMO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

Nell’era del web, dove le informazioni vengono sfornate a getto continuo, confermate e poi smentite, orientarsi e capire chi dice cosa e quanto fidarsi è sempre più difficile. A maggior ragione in tema di salute.
Il diabete, in particolare, che rappresenta una delle malattie più diffuse nel mondo occidentale, è una di quelle malattie su cui si legge di tutto.
Forse anche per questo sta cambiando l’identikit dei pazienti, che gestiscono la malattia cronica anche andando a caccia di notizie. E così navigano sempre più spesso in internet per essere più informati e consapevoli ma spesso finiscono per confondersi, si disorientano e restano perplessi rispetto alla loro terapia.
Alla luce di questi fatti, quindi, è importante, fare chiarezza. Facendo riferimento alle informazioni che vengono dagli studi scientifici e dalla pratica clinica. Ascoltando ciò che il paziente chiede alla terapia: efficacia, sicurezza e semplicità d’uso.
Così – alla vigilia della Giornata Mondiale del Diabete, che si celebra il 14 novembre, e in occasione dei 20 anni dai primi studi di MSD sugli inibitori dell’enzima DPP-4, Agostino Consoli, Ordinario di Endocrinologia all’Università di Chieti-Pescara e Andrea Giaccari, Professore Associato di Endocrinologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Romadue, si sono messi al servizio dei pazienti per cercare di fare il punto della situazione e dare risposte alle tante domande.
Dalle parole degli esperti è scaturita una sorta di…. ricetta per uscire dalla giungla della sua confusione.
“Tanta informazione non può, purtroppo, essere sempre corretta e può finire col diventare “troppa” informazione – dice Agostino Consoli. “Nel caso di patologie croniche non guaribili, come il diabete mellito, la mera “prescrizione” di un farmaco o, peggio ancora, la mera “prescrizione” di regimi dietetici o di attività fisica non è sufficiente a garantire la compliance del paziente al trattamento. Nella maggioranza dei casi la “colpa” di una scarsa compliance è in gran parte del medico, che ha fallito il compito di rendere il paziente consapevole e quindi collaborativo. È evidente poi che a volte la “colpa” di una scarsa compliance va ricercata nel farmaco stesso. Un farmaco che dia effetti collaterali, che possa portare il paziente a fare la brutta esperienza di un episodio di ipoglicemia, o un farmaco che possa indurre aumento di peso, o che debba essere titolato, o che ti faccia spesso correre in bagno, o che dia disturbi di stomaco o di pancia, o che faccia una o più delle cose precedenti insieme sarà difficilmente un farmaco verso il quale il paziente avrà una buona compliance. Al contrario, più semplici e più tollerabili sono le terapie e più sarà facile per il paziente incastrarle nella propria vita senza doverne subire troppo il peso. Quindi, un farmaco a somministrazione orale, una sola volta al giorno, con un buon profilo di sicurezza e tollerabilità come sitagliptin, che appartiane alla classe degli inibitori della DipeptiDilPeptidasi 4 (DPP-4), rende la vita più facile al paziente, e anche al medico che deve guadagnare l’aderenza del paziente a un progetto terapeutico”.
“La terapia del diabete di tipo 2 ha fatto grandi passi avanti negli ultimi anni – continua Consoli. “Sono arrivate sul mercato molecole con efficacia pari o superiore a quella dei farmaci tradizionali (e quindi in grado di garantire in molti pazienti un accettabile controllo glicemico) ma diminuendo il rischio di ipoglicemia (abbassamento eccessivo dei livelli di glucosio nel sangue) e di aumento di peso. Tra queste molecole sitagliptin, ha recentemente ulteriormente dimostrato, in un ampio trial di intervento, un favorevole profilo di tollerabilità. Tutto questo affiancato a una importante efficacia sul controllo glicemico, dimostrata in pazienti in tutte le fasi della malattia, quando altre terapie non forniscono un controllo adeguato della glicemia, e dimostrata sia in pazienti non complicati che in pazienti già affetti da complicanze croniche. Il buon profilo di efficacia e di sicurezza di sitagliptin è stato, infatti, mostrato anche in pazienti con insufficienza renale, o addirittura in dialisi o in pazienti che facevano uso di insulina, in aggiunta a essa. I farmaci innovativi hanno, senza dubbio, rivoluzionato la terapia del diabete di tipo 2 anche se, purtroppo, non sono ancora usati così largamente come probabilmente sarebbe giusto. Il panorama terapeutico in questi anni si è arricchito di un significativo numero di principi attivi. Infatti, parliamo non più di ‘farmaco’ ma di ‘combinazione di farmaci’, e quindi di “strategia terapeutica”. E qui ci si può scontrare con la realtà dei conti in rosso della Sanità. Perché, in un mondo perfetto, anche una combinazione di farmaci innovativi che si sia dimostrata più sicura ed efficiente di altre combinazioni dovrebbe poter essere prescritta in regime di rimborsabilità”.
“La terapia del diabete è cambiata molto – aggiunge Andrea Giaccari – Ogni paziente cerca una terapia efficace, duratura e sicura. Soprattutto, cerca qualcosa che sia in grado di permettergli di mantenere o migliorare il proprio benessere, senza effetti collaterali. Nel caso del diabete, senza ipoglicemie. Molte persone con diabete sanno cosa sia l’ipoglicemia; spesso l’hanno provata. E hanno paura del “calo di zuccheri” che invece sitagliptin non può, per meccanismo di azione, mai determinare. Un paziente confuso o impaurito può e deve trovare conforto dagli studi scientifici anche se, mi rendo conto, sono difficili da capire per i non addetti ai lavori. Nel mondo sitagliptin è stato approvato in 93 Paesi con un totale di circa 127 milioni di prescrizioni. Basterebbero questi numeri per far capire al paziente che dietro a quella compressa ci sono studi che ne hanno definito il profilo di sicurezza e tollerabilità, e sulla base dei quali il medico decide di trattare in modo appropriato i pazienti che ne possono beneficiare. Gli studi clinici sono indispensabili, sono l’unica vera prova scientifica e la Medicina si basa sulla Scienza”.
“Tutti i nuovi farmaci per il diabete devono essere sottoposti al “test di sicurezza” – prosegue Giaccari – Per fare questo test, migliaia di persone a elevato rischio cardiovascolare entrano in uno studio dove, a parità di controllo del diabete, si verifica che il test risulti negativo per un aumentato rischio. Il primo della classe a passare questo test è stato saxagliptin, poi alogliptin, infine sitagliptin, con lo studio TECOS”.

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