Contro l’infarto, abbatti il colesterolo! Perché più basso è, meglio è…

L’infarto fa paura. Non si discute. Almeno il primo! A quanto pare, infatti, gli italiani sembrano essere meno spaventati dalla concreta possibilità di averne un secondo. Perché se sopravvivere a un evento cardiovascolare è già di per sé una fortuna, passata la paura per molti sembra calare l’attenzione e le terapie si ‘diluiscono’, spesso addirittura s’interrompono. Eppure sono proprio quelle terapie a tenere lontano un nuovo infarto. A iniziare da quella per abbattere il livello di colesterolo.
Come dimostrano i risultati dello Studio IMPROVE-IT (18.144 pazienti coinvolti, una durata di quasi 9 anni e 1.500 centri in tutto il mondo. Il più lungo studio condotto su pazienti con sindrome coronarica acuta) ormai non ci sono più dubbi: non basta abbassare l’LDL (il colesterolo cattivo), bisogna addirittura abbatterlo. Soprattutto dopo un infarto. In pratica, il livello di LDL dopo una sindrome coronarica acuta deve scendere di molto sotto la soglia di sicurezza di 70mg/dL. Perché più basso è, meglio è.

Inizia una nuova era nella terapia post-infarto
E l’obiettivo si può raggiungere grazie all’utilizzo di Ezetimibe in associazione a Simvastatina che, proprio nello studio IMPROVE-IT, ha dimostrato di poter ridurre del 13% gli infarti miocardici acuti, del 21% gli ictus cerebrali e del 6,4% gli eventi cardiovascolari in genere. Un beneficio di gran lunga più ampio di quello che si può ottenere con qualsiasi altra strategia e senza avere quegli effetti indesiderati che si avrebbero con l’utilizzo di statine ad alti dosaggi. A patto, ovviamente, che i pazienti siano ‘diligenti’. Cosa non scontata.
“La scarsa aderenza alla terapia”, dice Claudio Rapezzi, Direttore UO Cardiologia Policlinico di S. Orsola, Bologna e Alma Mater-Università degli Studi di Bologna, “è una condizione tipica di molte malattie croniche. Nel caso di un paziente con infarto miocardico acuto questo meccanismo cambia nel momento del ricovero ospedaliero: c’è la grande paura, la presa di coscienza del pericolo e la promessa a se stessi che da quel momento in poi si seguirà uno stile di vita sano e si sarà diligenti con le terapie. Il medico deve sfruttare questo periodo di crisi per inculcare il germe del percorso virtuoso. Una presa di coscienza non solo da parte del paziente ma anche da parte del medico, che dovrebbe prestare particolare attenzione al profilo di rischio del paziente e all’importanza di impostare sin da subito una terapia cronica che possa garantire efficacia e tollerabilità nel tempo. I pazienti ad alto rischio devono abbassare il colesterolo LDL senza limiti verso il basso, anche a 30-50mg/dL. Con la terapia della “doppia inibizione”, una complementare ed efficace combinazione di farmaci (associati nella stessa pillola oppure in due pillole distinte), si riesce a ottenere, nei pazienti ad alto rischio e che hanno già un livello di colesterolo LDL sotto la soglia di sicurezza di 70mg/dL, un’ulteriore riduzione del rischio cardiovascolare relativo. E questo è un risultato eccezionale che non si può ottenere altrimenti. Perché l’unica altra soluzione per abbattere così drasticamente il livello di LDL, già basso, è quella di ricorrere a una statina molto potente e ad alto dosaggio che però comporterebbe un profilo di sicurezza e tollerabilità meno favorevole, in alcuni casi, a iniziare dai dolori muscolari diffusi, con un aumento delle probabilità di interruzione del trattamento”.

“Nel nostro Paese”, sottolinea Michele Massimo Gulizia, Presidente Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri – ANMCO e Direttore Struttura Complessa di Cardiologia, Ospedale Garibaldi-Nesima di Catania, “un paziente segue un percorso assistenziale abbastanza virtuoso e completo ma con luci e ombre. Un tallone d’Achille è sicuramente rappresentato dall’integrazione tra Ospedale e Territorio. Una volta dimesso dall’Ospedale, con la prescrizione terapeutica e qualche raccomandazione su come cambiare gli stili di vita, il paziente a casa si trova da solo e spesso non riesce a restare ben aderente agli obiettivi di salute e di stile di vita raccomandati, non allontanando quindi adeguatamente i fattori di rischio che sono stati causa dell’infarto o, ancor peggio, non seguendo correttamente la terapia assegnata. Oggi sappiamo quale strada percorrere; abbiamo appreso cioè con ragionevole certezza che alla correzione degli stili di vita e all’aderenza alla terapia dobbiamo affiancare strumenti farmacologici in grado di abbattere la soglia di LDL. Possiamo affermare con certezza che non solo dobbiamo abbassare la soglia del colesterolo LDL, ma addirittura dobbiamo abbatterla sotto il limite di sicurezza di 70 mg/dL”.

I perché della mancata aderenza alla terapia
La mancata aderenza alla terapia è legata a diversi fattori: scarse informazioni, mancata percezione di efficacia delle terapie e impatto degli effetti collaterali, carente comunicazione medico-paziente.
La soluzione, dunque, si chiama consapevolezza. Un paziente consapevole è un paziente informato, anche degli studi scientifici: è questa la via per aumentare la fiducia nelle terapie.
“Solo un terzo dei pazienti nel primo anno dopo l’evento cardiovascolare”, dice Gaetano Maria De Ferrari Professore di Cardiologia, Università degli Studi di Pavia, Responsabile Unità Coronarica, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo, Pavia, “raggiungono gli obiettivi suggeriti per il colesterolo LDL, e dopo l’anno diventano un quinto. Molti pazienti sanno quali valori di pressione o di glicemia non devono superare, quasi nessuno quale valore di LDL. Per gli addetti ai lavori, lo studio IMPROVE-IT è stata una conferma importante che, adesso, deve essere correttamente comunicata al paziente affinché si traduca in un effettivo cambio di marcia nel trattamento post infarto. È il più lungo studio di outcome cardiovascolare che sia mai stato a oggi realizzato. Un primato che non è un valore simbolico ma che, in realtà, è un’ulteriore conferma di quanto questo studio sia concreto e importante. Uno studio che parla anche italiano: siamo stati il 5° Paese al mondo, con 600 pazienti arruolati. Un risultato importante e che ci deve riempire di orgoglio perché è piuttosto inusuale per il nostro Paese avere un ruolo così significativo”.

Per maggiori informazioni c’è il tweet per il cuore: #abbattoilcolesterolo.

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