Tumore al seno in fase iniziale: nuove prospettive per le pazienti

Per il tumore al seno in fase iniziale, vale a dire quando non sono presenti metastasi a distanza, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità in Italia di abemaciclib prodotto da Ely Lilly, in associazione alla terapia endocrina per il trattamento adiuvante delle pazienti ad alto rischio di recidiva. Questa combinazione apre importanti prospettive grazie alla riduzione del rischio di recidiva del 35% e rappresenta un significativo progresso clinico nella sopravvivenza libera da malattia invasiva dopo 20 anni.

Spiega Lucia Del Mastro, Professore Ordinario di Oncologia Medica, Università di Genova e Direttore Clinica di Oncologia Medica, IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova: “dopo l’intervento chirurgico, in base ad una serie di fattori che ci aiutano a capire qual è il rischio che queste donne possano sviluppare metastasi, si decide il trattamento post-operatorio, il cosiddetto trattamento adiuvante. Circa un 15% di tumori HR+/HER2- sono a rischio aumentato di sviluppare metastasi e la possibilità di offrire a queste donne un trattamento aggiuntivo alla terapia endocrina, rappresentato da abemaciclib, è una opportunità molto rilevante per le nostre pazienti, che grazie a questo farmaco hanno una riduzione clinicamente molto significativa del rischio di recidiva”.

L’approvazione di AIFA è basata sui risultati del trial di Fase 3 “monarchE”, che ha studiato l’efficacia della combinazione di abemaciclib e terapia endocrina standard rispetto alla sola terapia endocrina in una specifica popolazione con caratteristiche di malattia ad alto rischio di recidiva; i risultati dello studio sono stati monitorati e hanno confermato la superiorità dell’aggiunta di abemaciclib al trattamento standard descrivendo nel tempo una riduzione del rischio di recidiva che è passata dal 32% al 35%.

I dati a quattro anni del trial monarchE, pubblicati sulla rivista Lancet Oncology,2 hanno infatti dimostrato che abemaciclib associato alla terapia endocrina  (ET) riduce il rischio complessivo di recidiva di malattia del 35% e il rischio di recidiva di malattia a distanza del 35%, con un beneficio crescente e continuo dimostrato oltre il periodo di trattamento di due anni con abemaciclib: il tasso di sopravvivenza libera da malattia invasiva a quattro anni è stato del 85,5% per i pazienti trattati con abemaciclib più terapia endocrina rispetto al 78,6% per i pazienti trattati con la sola ET, con una differenza assoluta del 6,9%. Inoltre, il tasso di sopravvivenza libera da malattia a distanza a quattro anni è stato pari al 87,9% per i pazienti trattati con abemaciclib più ET rispetto all’81,8% dei pazienti trattati con sola ET, con una differenza assoluta del 6,1%. Inoltre, al recente meeting annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago è stata presentata un’analisi per sottogruppi dello studio che ha dimostrato efficacia consistente nei vari gruppi di età e nelle pazienti sottoposte ad aggiustamento del dosaggio.

“Il trattamento con abemaciclib in combinazione con terapia endocrina ha dimostrato di ridurre in maniera importante il rischio di recidiva nelle pazienti con tumore al seno in stadio iniziale ma con un elevato rischio di ripresa di malattia- puntualizza Valentina Guarneri, Professore Ordinario di Oncologia Medica e Direttore della Scuola di Specializzazione in Oncologia Medica, Università di Padova – In particolare, i dati dello studio monarchE, che oramai ha raggiunto un follow up mediano  di 42 mesi, che consideriamo maturo, dimostrano che a 4 anni si osserva una riduzione del rischio di recidiva del 35% e una riduzione del rischio di metastasi a distanza, sempre del 35%. Questo tipo di trattamento viene somministrato per 2 anni,quindi la maturazione del follow up è importante perché ci permette di osservare se il beneficio che abbiamo visto inizialmente si mantiene nel tempo, quindi anche dopo la sospensione del trattamento con abemaciclib. I vari aggiornamenti del follow up previsti dall’impianto statistico dello studio hanno dimostrato non soltanto il mantenimento nel tempo  della riduzione del rischio osservata  nell’analisi primaria, ma una tendenza addirittura a migliorare questo effetto.  In particolare, la riduzione del rischio di metastasi a distanza è un aspetto assolutamente rilevante, perché sappiamo che l’evento metastasi a distanza è quello che maggiormente condiziona la prognosi di queste pazienti; quello che ci aspettiamo pertanto è che questo trattamento riesca ad aumentare la proporzione di pazienti guarite”.

Lo studio monarchE ha coinvolto 5.637 pazienti con EBC HR+/HER2- linfonodo-positivo ad alto rischio di recidiva arruolati in oltre 600 Centri in 38 Paesi. L’alto rischio di recidiva è stato definito in base a specifiche caratteristiche della malattia, quali: presenza di ≥4 linfonodi ascellari positivi oppure da 1 a 3 a linfonodi positivi e almeno uno dei seguenti criteri: tumore di dimensione ≥5 cm, grado istologico 3 oppure indice Ki-67 ≥20%. Le pazienti sono state trattate con abemaciclib  (in compressse con doppia somministrazione quotidiana) in associazione con ET per due anni.

Le donne in  trattamento con abemaciclib possono avere un aumento di alcuni effetti collaterali, rispetto alla sola terapia endocrina: diarrea, che però generalmente è di grado basso o moderato; un effetto sulla riduzione dei globuli bianchi, che è però più un effetto laboratoristico che non qualcosa che abbia un impatto clinico e stanchezza.

Questi effetti collaterali tendono a manifestarsi precocemente, quindi nella fase di inizio trattamento; “questo ci consente la possibilità di adeguare la dose e quindi di proseguire il trattamento con un impatto minore sugli effetti collaterali – continua la professoressa Guarneri –  In questo senso un dato importante è che la riduzione di dose non compromette l’efficacia del trattamento. Un altro aspetto che è stato valutato nello studio è quello della qualità di vita: anche qui non si è dimostrata una differenza, in termini di impatto sulla qualità di vita della paziente. La maggior parte dei pazienti riferisce che gli effetti collaterali impattano poco o per niente sulla qualità di vita e se si va a verificare come evolve il dato di qualità di vita nel tempo, con la sospensione dei 2 anni di trattamento il quadro torna ai livelli del baseline. Inoltre, un recente aggiornamento ha confermato che, se andiamo a categorizzare le pazienti al di sopra o al di sotto dei 65 anni, non c’è differenza nell’impatto del trattamento sulla qualità di vita in base all’età. In conclusione, questi dati, insieme ai dati di efficacia, sono assolutamente confortanti del fatto che abemaciclib possa essere una possibilità terapeutica aggiuntiva utile nelle pazienti ad alto rischio, nonostante, ovviamente, aggiungere una modalità ulteriore di trattamento aumenti la necessità di porre maggiore attenzione alla tollerabilità. È fondamentale, in questo senso, istruire le pazienti, e soprattutto monitorare in maniera molto attenta i primi 2 mesi di fase di trattamento per ridurre l’insorgenza di effetti collaterali di grado moderato o severo e ottimizzare l’aderenza al trattamento”.

“Sappiamo che una donna colpita da un tumore al seno, specie se in fase iniziale ma ad alto rischio di sviluppare recidive, vive sentimenti di incertezza, di ansia, di paura per il futuro perché non sa se e quando la malattia si ripresenterà di nuovo – commenta Rosanna D’Antona, Presidente di Europa Donna Italia – Sapere di poter contare su nuove terapie, nel setting adiuvante, che riducono la probabilità che la patologia oncologica si ripresenti con una recidiva o con metastasi pone la paziente in una condizione di maggiore serenità d’animo, aderenza alle cure e speranza di guarigione, che sappiamo essere il driver principale nell’affrontare il percorso terapeutico. Purtroppo, infatti, i dati ci dicono che il tumore al seno viene diagnosticato a donne in età sempre più precoce e che il trend del tumore al seno è in crescita: per questo accogliamo con grande felicità ogni avanzamento della ricerca e auspichiamo che prosegua su questa strada per mettere a disposizione degli oncologi e delle pazienti cure sempre migliori in grado di fermare il tumore e allungare la sopravvivenza, migliorando la qualità di vita”.

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