OSTEOPOROSI: UN’EPIDEMIA SILENZIOSA IN CONTINUO AUMENTO

bone-576339_1280

L’osteoporosi è un’“epidemia silenziosa” in continuo aumento, complice l’aumento della vita media. Una malattia che non si vede, ma che rende le ossa fragili. Colpisce le donne dopo la menopausa ma anche i maschi, gli anziani e i giovani affetti da patologie endocrine e non endocrine, come la celiachia. Oltre a chi è affetto da diabete di tipo 1 e 2.
Proprio per la sua rilevanza sociale e clinica l’osteoporosi è stata al centro del 7mo Skeletal Endocrinology Meeting che si è tenuto dal 17 al 18 settembre presso l’Università di Brescia e ha riunito esperti provenienti da ogni parte del mondo.
“Nel nostro Paese per fronteggiare “l’emergenza osteoporosi” sono stati appena aggiornati da parte di AIFA i criteri di rimborsabilità per i farmaci destinati al trattamento dell’osteoporosi”, spiega il Professor Andrea Giustina, Ordinario di Endocrinologia all’Università di Brescia e Presidente del Gioseg (Glucocorticoid Induced Osteoporosis Skeletal Endocrinology Group). “La nuova nota 79, che elenca tali criteri, ha introdotto diverse positive novità rispetto al passato, e fra queste la maggiore attenzione per le donne che entrano precocemente (prima dei 50 anni) in menopausa e per i pazienti non solo con fratture non solo vertebrali o femorali, ma anche ad esempio alcune molto diffuse come quelle di polso o costali”.
Nella nuova nota è stata inserita anche la rimborsabilità per le terapie per la perdita di massa ossea indotta da inibitori dell’aromatasi nelle pazienti affette da tumore al seno e da blocco ormonale nei pazienti affetti da tumore alla prostata.
“Il Convegno ha ribadito che quanto fatto finora non è ancora sufficiente per affrontare al meglio questa emergenza. Soprattutto”, sottolinea il professor Giustina, “occorre che i pazienti con osteoporosi severa complicata da fratture debbano essere considerati alla stregua di pazienti affetti da altre malattie croniche disabilitanti e che attraverso un’esenzione specifica possano almeno accedere a quegli esami strumentali come la MOC, fondamentali per seguire l’evoluzione della loro patologia”.
Inoltre, durante il Congresso è stata discussa l’importanza di fornire ai pazienti la possibilità di eseguire un nuovo esame, ossia la morfometria vertebrale con la metodica DEXA, molto importante per la diagnosi delle fratture vertebrali in fase precoce.

Altro argomento d’attualità è l’osteoporosi al maschile.
Infatti, la crescita demografica e l’aumento dell’incidenza delle malattie croniche che affliggono la popolazione più anziana ne fanno una patologia significativamente rilevante anche per il sesso maschile: un maschio su 5 dopo aver spento 50 candeline ha nel suo destino una frattura. Le fratture maschili sono circa il 30% del totale, con particolare interessamento di femore (nel 30% dei casi), rachide (42%) e polso (20%).
Si stima che nei prossimi 10 anni il numero di uomini affetti da aumenterà del 10-15%, ma assai importante essere consapevoli del fatto che i maschi che subiscono una grave frattura come quella di femore hanno tassi di mortalità più elevati rispetto alle donne e in 1/3 dei casi si verifica una nuova frattura nei 12 mesi successivi. Nonostante questo, negli uomini, l’osteoporosi e le fratture osteoporotiche restano tuttora sotto diagnosticate e sotto trattate.

L’osteoporosi, inoltre, è secondaria anche a trattamenti farmacologici, obesità e diabete.
“Il diabete si conferma un importante fattore di rischio per alterazioni della massa ossea: i pazienti mostrano un rischio doppio di incorrere in fratture”, puntualizza il Prof. Giustina. “Ma c’è di più. Soprattutto i soggetti giovani con diabete di tipo 1 presentano un rischio molto più alto, di quasi 6 volte maggiore rispetto ai soggetti sani della stessa età con danni a carico di anca e femore, mentre per chi soffre del tipo 2, il rischio è di circa 1 volta e mezza. Altra novità: non ci sono evidenti differenze tra uomini e donne, ma nei maschi la consapevolezza è quasi assente. Inoltre i meccanismi con cui la patologia influisce sul metabolismo delle ossa sono profondamente diversi nei due tipi”.
A sottolinearlo in modo “definitivo” è una recentissima metanalisi che ha preso in esame 21 ricerche (6milioni e 900mila soggetti di cui 82mila con una storia clinica di fratture) pubblicata su Osteoporosis International di agosto.
“Nel diabete di tipo 1 è alterata la capacità dell’osso di formare nuovo tessuto e la mancanza di neoformazione comporta un depauperamento osseo. Le ossa, infatti, sono un tessuto sottoposto ad un processo continuo dinamico di riassorbimento e produzione”, continua Giustina. “Nel diabete di tipo 2, invece, la massa ossea spesso è normale, ma a essere compromessa è la qualità dell’osso. L’eccesso di zuccheri nel sangue si lega alle proteine delle fibre collagene formando un agglomerato gelatinoso denso ma tutt’altro che resistente, anzi particolarmente fragile. A complicare il quadro si aggiunge il fatto che il diabete di tipo2 colpisce la popolazione anziana e si accompagna a complicanze neurologiche, vascolari, deficit visivi, problemi dell’orientamento e dell’equilibrio, sovrappeso”.
La durata di malattia gioca un ruolo chiave: nelle giovani donne con diabete 1 da almeno 5 anni, il rischio di fratture aumenta di ben 12 volte rispetto alle donne sane.
Nei diabetici il percorso verso la diagnosi è complicato: lo scadimento dell’osso infatti non riguarda la quantità della massa ma la qualità delle cellule, aspetto spesso non identificato dalla diagnostica tradizionale. La diagnosi di queste forme ‘subcliniche’ avviene solo a danno avvenuto. Negli over 55 è necessario un grosso impegno di sensibilizzazione che faccia del pubblico maschile il suo target preferenziale di comunicazione.
Non è un caso che una frattura negli over 55 faccia prevedere un aumento del rischio di mortalità e declino funzionale: nei 12 mesi successivi al trauma si evidenzia una mortalità del 36% negli uomini e del 21% nelle donne. Non solo, perché anche le fratture in giovane età sarebbero un fattore prognostico negativo per la fragilità dello scheletro: se occorse tra i 20 e 50 anni sono associate a un aumento del 74% di fratture dopo la boa dei 50.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *