LOTTA AL FUMO: basta il costo di 100 pacchetti di sigarette per salvare una vita

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Il fumo non è una cattiva abitudine ma una vera e propria dipendenza. Una patologia che, in quanto tale, può e deve essere curata. Oggi la chiarezza dei dati scientifici si scontra ancora con l’idea che il fumo di tabacco sia un problema risolvibile con la sola “buona volontà” e che per questo non abbia bisogno di trattamenti e servizi di assistenza e cura. “Abbandonare la sigaretta” è un percorso lungo, complesso e quasi sempre solitario. Tra i fumatori che hanno provato a smettere più di 3 volte, infatti, il 56% si sente spesso solo e senza punti di riferimento, il 44% non si sente sufficientemente informato, il 40% non conosce i Centri Antifumo, l’84% non si rivolge ai professionisti e il 57% non usa prodotti di supporto. Non solo. I fumatori che stanno cercando di smettere, i cosiddetti ‘work in progress’, incontrano nell’86% dei casi molti ostacoli e difficoltà. Sono questi i dati più significativi che emergono da una ricerca condotta da GfK-Eurisko e commissionata da Pfizer su “Gli Italiani e la disassuefazione dal fumo: logiche e percorsi degli ex fumatori e di chi sta cercando di smettere” presentata per la prima volta in occasione del XIII Congresso Nazionale SITAB – Società Italiana di Tabaccologia e che ci offre una fotografia di come sia complessa la relazione tra queste persone e il vizio del fumo.

“Il fumo di tabacco è la prima causa di morte evitabile in occidente, ma le cure per affrontarlo rappresentano l’ultima voce negli investimenti nel nostro sistema sanitario. Il paradosso è tutto qui. In quanto dipendenza, il tabagismo costituisce una patologia che può beneficiare di trattamenti validati sul piano scientifico e che può essere risolta definitivamente. Questo gli esperti lo sanno, ma l’idea stenta a passare tra gli altri operatori della sanità e soprattutto tra i decisori politici. Servirebbe accreditare i servizi per il tabagismo, seguire le linee guida, pensare a modalità uniformi di erogazione delle prestazioni sul territorio nazionale”, afferma Biagio Tinghino, presidente della Società Italiana di Tabaccologia. “In particolare, dopo che il fumatore ha contribuito ai bilanci dello Stato con migliaia di euro in accise nel corso degli anni, avrebbe diritto – quando decide di curarsi – di farlo in modo gratuito e attraverso servizi pronti ad accoglierlo”.

I servizi per il tabagismo oggi in Italia sono circa 400, ancora troppo pochi per intervenire sui quasi 11 milioni di fumatori e soprattutto poco considerati sul piano istituzionale – Ma al di là della necessità di implementarne il numero, la criticità più importante risiede nella scarsa conoscenza dell’esistenza dei Centri Antifumo sia da parte dei pazienti, ma anche da parte degli operatori sanitari come i medici di medicina generale e i medici ospedalieri. Si tratta principalmente di colmare due gap: quello della ancora scarsa sensibilità di medici e infermieri e quello dei fumatori che non conoscono le cure per la dipendenza tabagica e non sanno a chi rivolgersi. “Smettere di fumare da soli risulta essere ancora il metodo più diffuso, ma anche il meno efficace, con un esito dell’1-3% di successo a distanza di un anno. Mentre è dimostrato scientificamente che i trattamenti validati sono in grado anche di decuplicare le percentuali di successo”, dichiara ancora Tinghino. “L’altro problema è quello di quanto gli operatori della salute credono veramente a ciò che dicono e fanno ciò che credono. Basti pensare che in Italia circa il 33% dei Medici di Famiglia fuma, dato ben al di sopra della media della popolazione generale, a differenza per esempio di altri Paesi come gli stati Uniti e l’Inghilterra dove la percentuale si ferma al 4%. Si tratta di un’incoerenza di base che si riflette inevitabilmente su un atteggiamento culturale sbagliato e su una sorta di indulgenza rispetto al problema ‘dipendenza da fumo’”.

I pazienti andrebbero informati che smettere di fumare è possibile e con successo, se ci si fa aiutare da medico e/o da un Centro Antifumo – Ma la pratica clinica dice altro. Nell’ultimo anno, infatti, solo tra il 23 e il 26% dei pazienti, vale a dire 1 su 4, ha ricevuto dal proprio medico un consiglio strutturato per smettere di fumare, denominato secondo gli standard internazionali “minimal advice – consiglio medico minimo di almeno 5 minuti”, vale a dire dedicare al paziente almeno 5 minuti di colloquio per affrontare il problema. Questo dato conferma che, nella maggior parte dei casi, ai pazienti non viene quasi mai prospettata la possibilità di poter essere seguiti da centri di cura specializzati. “Un counseling breve, infatti, associato all’uso di farmaci di comprovata efficacia, è capace di salvare molte vite. Gli interventi per aiutare i pazienti a smettere di fumare hanno un elevato rapporto di costo/efficacia e lo slogan ‘100 pacchetti per salvare una vita’ lanciato quest’anno in occasione del congresso SITAB ha l’obiettivo di far passare proprio questo messaggio: far smettere di fumare le persone sarebbe un ottimo investimento per la sanità pubblica, visto il risparmio che se ne ricaverebbe”, precisa Tinghino. “A conti fatti, incluse le prestazioni sanitarie, un programma per smettere di fumare costerebbe meno di 500 euro a paziente, ma il guadagno di salute non avrebbe prezzo, dal momento che la “smoking cessation” potrebbe restituire dai 3 ai 9 anni di vita, se effettuata prima dei 50 anni. Di contro, però, basterebbe un solo ricovero per sforare questa cifra, senza considerare l’enorme impatto dei costi sanitari legati alle patologie fumo-correlate come quelle tumorali, cardiovascolari e respiratorie”.

Dal punto di vista delle terapie, i farmaci per smettere di fumare oggi sono a totale carico del cittadino che, a questo punto, viene penalizzato due volte: non solo quando fuma, ma anche quando vuole smettere. L’Italia è ancora fanalino di coda, nel mondo. I farmaci per smettere di fumare sono già rimborsati in Inghilterra, Portogallo, Olanda, Svezia, Svizzera, Irlanda e Finlandia e Francia.

Dalla ricerca Eurisko emerge quindi che, se la forza di volontà è una condizione necessaria essa non è sufficiente. Le istituzioni medico-sanitarie possono diventare protagoniste attive nel fornire guida e soluzioni attraverso dei Centri Antifumo e dei professionisti ben identificati. “Dire addio al vizio del fumo non è una missione impossibile, seppur sicuramente non facile per un fumatore. Sicuramente deve esserci una presa di coscienza dell’enorme rischio che fumare comporta per la nostra salute”, afferma Silvia Novello, presidente di WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe) e docente nel Dipartimento di Oncologia all’Università di Torino. “Solo in Italia si calcola che le sigarette siano responsabili di più di 180.000 morti annue evitabili. Questi decessi sono dovuti a patologie cardiovascolari, malattie dell’apparato respiratorio e tumori (non soltanto a carico del polmone, ma anche vescica, seno, pancreas e altri). Il consumo di bionde e di altri prodotti a base di tabacco è il principale fattore di rischio per queste malattie”.

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