Gite fuoriporta e attività all’aria aperta: attenzione al “rischio zecche”

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Tempo di gite fuoriporta e giornate all’aria aperta. Pic-nic in mezzo al verde, barbecue in compagnia degli amici. Niente di meglio se vogliamo trascorrere ore in libertà lontano dal caos delle città. Ma, come sempre accade, anche la più bella delle medaglie ha il suo rovescio! Che si materializza in possibili e spiacevoli compagni di viaggio: le zecche, che sono la causa dell’encefalite da zecca (TBE), una delle malattie più pericolose trasmesse dal morso di zecche infette. Negli ultimi 30 anni, inoltre, il numero di casi di questa patologia è aumentato di quasi il 400%. La TBE si può manifestare con sintomi quali febbre, stanchezza, mal di testa, dolore muscolare e nausea. Nei casi più gravi può coinvolgere il sistema nervoso centrale e provocare sintomi neurologici a lungo termine, e in alcuni casi anche la morte.

L’importanza della vaccinazione… e non solo – In Europa sono presenti aree fortemente endemiche come la Finlandia, l’Austria, la Repubblica Ceca e parzialmente endemiche come l’Italia (in particolare il Triveneto), la Germania e la Svezia. In queste aree l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) raccomandano la vaccinazione. È possibile, inoltre, tutelarsi adottando alcuni semplici accorgimenti: indossare indumenti protettivi con maniche lunghe, pantaloni lunghi e stivali sui quali va spruzzato un insetticida appropriato. Ispezionare bene il proprio corpo dopo aver effettuato attività all’aria aperta per escludere la presenza di zecche e, nell’eventualità, rimuoverle utilizzando delle pinzette dalla punta sottile. Infine, evitare nelle aree a rischio anche il consumo di latte e di prodotti del latte non pastorizzato. Dunque, un problema da non sottovalutare. Eppure, la conoscenza di questa malattia e dei rischi che comporta sono poco noti in Italia, così come le forme di prevenzione attuabili.

Lo conferma una recente ricerca svolta in 20 Paesi europei da GfK SE1 per conto di Pfizer su un campione di oltre 50.000 intervistati di età compresa tra i 18 e i 65 anni. Condotta in Paesi differenti per grado di endemicità (aree in cui la TBE è costantemente presente) la ricerca ha rilevato un grado variabile di conoscenza sia della malattia sia delle forme di prevenzione. In linea generale, in tutti i Paesi endemici – di qualunque livello il 63% degli intervistati conosce la TBE e il 43% sa anche che esiste un vaccino per prevenirla, di questi il 33% dichiara che lui e i suoi familiari sono vaccinati. In realtà tra i Paesi fortemente endemici e quelli parzialmente endemici i dati evidenziano uno scostamento rilevante: nel primo caso, è dell’80% la percentuale di quanti conoscono la malattia (vs il 59%) e del 70% quella relativa alla conoscenza del vaccino (vs il 37%); il 41% di coloro che vivono in un contesto familiare informato sulla vaccinazione è vaccinato (vs il 30%).

In Italia – I dati specifici sull’Italia restituiscono una fotografia molto diversa dalla media europea, anche rispetto a quella dei Paesi parzialmente endemici come il nostro. Per quanto riguarda la conoscenza della malattia e delle forme di prevenzione un intervistato su 3 conosce la TBE, uno su due nel Triveneto, zona fortemente endemica, uno su dieci è a conoscenza sia della patologia che dell’esistenza di un vaccino per prevenirla. Tra quanti hanno consapevolezza sia della malattia sia del vaccino il 2% conosce e ha effettuato il vaccino, percentuale che sale al 4% nelle zone endemiche del Paese. Come nel resto d’Europa, anche in Italia gli intervistati ritengono, erroneamente, che la TBE possa essere trattata con gli antibiotici e che questi siano senz’altro almeno parte del percorso terapeutico. Tra quanti sono consapevoli della malattia e dei suoi rischi il 6% pensa, correttamente, che non ci sia nessuna cura per la TBE (la percentuale sale tra coloro che si sono vaccinati – leggermente meno di 1/5) mentre il 45% non sa quali siano i trattamenti necessari.

Il ruolo del medico e barriere alla vaccinazione I medici sono l’interlocutore privilegiato per decidere o meno di vaccinarsi: 1 persona su 3 di quelle che si sono vaccinate lo hanno deciso dopo aver parlato con il proprio medico. Tra gli intervistati non vaccinati, circa il 25% ha dichiarato di non sentirsi a rischio o di non vivere in zone considerate a rischio come motivazione principale. Il 15% non si vaccina perché non è solito visitare zone endemiche.

 

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