BPCO: arriva la nuova terapia “tre in uno”

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La BPCO rimane un grave problema sociale. Colpisce a livello globale 384 milioni di persone, oltre l’11% della popolazione. Per chi ne soffre, una buona notizia. E ‘ a disposizione  una triplice terapia in un unico device, in monosomministrazione giornaliere, che contiene tre molecole – fluticasone furoato, umeclidinio e vilanterolo. Un cocktail che ha dimostrato di ridurre le riacutizzazioni della malattia, i ricoveri ospedalieri e, per la prima volta in uno studio clinico, il rischio di morte.

Tra le grandi malattie croniche la BPCO è l’unica in costante crescita. Studi condotti tra il 1970 e il 2002 negli Stati Uniti hanno dimostrato che mentre i tassi di decesso per cardiopatia e ictus si sono più che dimezzati, quelli per BPCO sono addirittura raddoppiati.

 

 

In questo quadro in chiaro scuro dove le ombre continuano a prevalere sulle luci, i progressi della ricerca hanno fortunatamente consentito ai clinici di contare su farmaci che assicurano, come detto, una più efficace personalizzazione della terapia. 

“La BPCO è una malattia complessa ed eterogenea – spiega il prof. Giorgio Walter Canonica, Professore Straordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio, Humanitas University di Milano –  Questa complessità dinamica ed eterogenea spiega e giustifica la necessità di un approccio focalizzato a migliorare la valutazione, il trattamento e gli esiti. I singoli pazienti possono aver bisogno di approcci di trattamento differenti nei diversi stadi della malattia. Detto ciò, la terapia farmacologica della BPCO è finalizzata a ridurre i sintomi, la frequenza e la gravità delle riacutizzazioni e allo stesso tempo migliorare lo stato di salute, condizioni che variano appunto da un paziente all’altro”.

In alcuni di questi la malattia è caratterizzata da un progressivo declino della funzionalità polmonare, frequenti riacutizzazioni e scarsa qualità della vita, che portano ad un alto rischio di mortalità prematura. “Alla BPCO – prosegue il prof. Canonica – sono associate diverse comorbidità, principalmente cardiovascolari o metaboliche. Al momento, i broncodilatatori e i corticosteroidi rappresentano il trattamento principale, per la loro efficacia ben dimostrata nel miglioramento delle due componenti della malattia: anomalie funzionali (ostruzione delle vie aeree e iperinflazione polmonare, responsabili dei sintomi respiratori) e infiammazione cronica delle vie aeree”. 

I documenti internazionali suggeriscono un approccio del trattamento farmacologico basato sulla gravità.  

“La cronicità della BPCO – dice il prof. Francesco Blasi, Ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio all’Università degli Studi di Milano – mina nel tempo la qualità di vita dei pazienti, gradualmente compromessa dal persistere dei sintomi tipici e, nella sua progressione, dalla comparsa di riacutizzazioni, fenomeni che colpiscono circa il 30% dei malati. La mancata risoluzione della sintomatologia, unita alla bassa aderenza e alla comparsa di riacutizzazioni, porta nel tempo i pazienti ad adottare un incremento della terapia. Le triplici combinazioni rappresentano il passo successivo per i pazienti che rimangono sintomatici o presentano riacutizzazioni malgrado il trattamento con broncodilatatori di mantenimento o con corticosteroidi inalatori (ICS)/agonista dei recettori beta2-adrenergici a lunga durata d’azione (LABA). E’ stato stimato che circa il 24% dei pazienti che al momento della diagnosi inizia il trattamento in mono o in duplice terapia inalatoria, riceve uno step-up alla triplice terapia a ventiquattro mesi dalla diagnosi”.

La triplice in un unico device e in monosomministrazione è l’ultima novità che ai dati di efficacia, dimostrata dagli studi clinici, e di semplicità di assunzione, evidenziata dal 98% dei pazienti che hanno avuto modo di utilizzare l’ELLIPTA, l’erogatore per tutti i farmaci respiratori, potrebbe anche garantire una maggiore aderenza alla terapia,  che è uno dei nodi da sciogliere: i dati OSMED ci dicono che pur in presenza di una malattia cronica grave come la BPCO la compliance si attesta sotto il 20%. 

 

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